Alvin Superstar

“Stati Uniti d’America, sono o no un grande paese?”

Se avete letto “L’ultima estate di Berlino” di Federico Buffa e Paolo Frusca queste parole vi suoneranno familiari, se non l’avete fatto “l’Avvocato” sarà in città il 24, 25 e 26 del mese in corso, al Teatro Ariosto, per raccontare quelle Olimpiadi del 1936, canto del cigno di una Berlino prussiana sull’orlo dell’incubo nazista.

L’estate berlinese vede per la prima volta il gioco presenziare al grande ballo d’Olimpia, ma i tedeschi a fatica conoscono le regole dello sport inventato da James Naismith, figuriamoci la superficie su cui si gioca. Parquet? Cemento? No, un materiale terricciato da piogge precedenti (sì, si gioca all’aperto).

Il rimbalzo irregolare del pallone non impedisce però al primo Team USA di conquistare l’0ro nella “spettacolare” finale contro il Canada, terminata 19-8: il leader della squadra è Frank Lubin, che sì è nato sotto il sole californiano, ma è in tutto e per tutto lituano, tanto da tornare nella patria dei suoi genitori per insegnare il gioco al termine del torneo. E’ l’inizio della grande storia d’amore fra la Lituania e il Krepsnis (basket ndr), che abbiamo ammirato in Kaukėnas, Lavrinovič e Slanina…grazie ad un lituano di Los Angeles.

Stati Uniti, sono o no un grande paese?

Brooklyn non è il Golden State. A Brooklyn non c’è spazio per l’American Dream. Brooklyn non è una città facile.

Qui orde di irlandesi, italiani e olandesi sbarcano a Long Island in cerca di fortuna, ammassati in case popolari, lontani dalle loro famiglie, come si vede nel film omonimo del 2015 con la bravissima Saoirse Ronan. Gli sporchi immigrati europei sono perfetti per gli stereotipi, ma anche per il lavoro sottopagato fanno più che comodo: in pochi anni Brooklyn abbonda di strade, ponti e palazzi nuovi di zecca. Il Paradiso, Manhattan, è solo al di là dell’Hudson, ma non è mai stato più distante. Le strade pullulano di gang, il traffico illegale regna incontrastato e macchia di sangue l’asfalto appena verniciato.

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E’ in questo ambiente difficile, non certo una Wonderland, che la signora Edna Young da’ alla luce il 12 Novembre 1975 il figlio Alvin Jerome. 

Fin da bambino, il piccolo passa le sue giornate nei playground ad ammirare i cosiddetti “ballerz” fare magie, tanto da mentire alla madre, dicendo di non avere compiti a casa da svolgere. Un giorno Edna scopre tutto e Alvin si vede recapitare un lapidario schiaffo. Mamma Young, preoccupata dalle brutte compagnie del quartiere, porta tutti i giorni con sè Alvin alla chiesa in cui da una mano: lei aiuta il parroco a mantenere la chiesa, il piccolo diviene presenza fissa del campetto della parrocchia…dopo aver svolto i compiti, chiaro. Alla Bishop Loughlin Memorial High School, però, le sue doti di ball-handler non lasciano il segno negli occhi del coach della squadra scolastica: per quattro anni Boogie tenta di entrare in squadra, per quattro anni viene respinto. E via alla chiesa di mamma Edna…

È l’estate del 1995. Boogie ha preso il diploma e deve decidere cosa fare della propria vita, se lasciare l’adorata mamma o restare nel circondario di Brooklyn.  L’offerta del  Mitchell College di New London (Connecticut), ateneo della terza divisione collegiale, lo attira, ma l’allontanamento da casa gli lascia qualche dubbio. Edna lo spinge a partire, e vede lontano, perché Alvin due anni dopo segnerà la bellezza di 43.6 punti di media in cinque gare del torneo NJCAA giovanile con il suo college. Le notizie che un giovane gallo sta guidando alla ribalta la sua tribù arrivano anche a Roma, e Roma per Alvin fa rima con Niagara University, Division I, Lewinston, New York…vicino casa.

Young domina la sua Conference, guidando la classifica dei marcatori del torneo NCAA con 25.1 punti a partita nella sua stagione da senior, iniziata con la perdita dell’amata madre a causa di un attacco cardiaco. Le possibilità di strappare una chiamata al Draft NBA 1999 per il giocatore dell’anno della MAAC Conference ci sono, ma quando gli Utah Jazz chiamano Eddie Jones è chiaro che il sogno NBA è morto. C’è tanta delusione, ma anche determinazione di dimostrare che Alvin Young ha talento ed etica del lavoro.

© Rossi Fotografi

L’Odissea alla ricerca della propria Itaca cestistica non può non partire dalla Grecia di Omero, per poi tentare la carta delle leghe minori statunitensi, che, come l’avvenente Calipso con Ulisse, imprigionano Alvin per un anno e mezzo.

L’Ermes liberatore di Boogie si chiama Bipop Carire e arriva dall’Italia, da Reggio Emilia…near Bologna, d’you know?

La Bipop Carire di Franco Marcelletti vuole la rivincita dopo la grande delusione di Gara 5 persa in casa con la Mabo Livorno per un canestro del califfo Barlow, e ha scelto di puntare sulla guardia di Niagara. Sul parquet del Bigi ci sono un giovane Gigli, Kris Clack, Carra, Dell’Agnello, Cittadini, Rannikko e un Alvin decisamente immarcabile quando mette la palla per terra ed attacca il ferro (24.5 di media). Gli ingredienti per il ritorno in A ci sono tutti, e infatti la Bipop termina la Regular Season al primo posto, ma deve affrontare i playoff.

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Eliminate non senza patemi Ferrara e Scafati, l’eterno ritorno ciclico riporta nuovamente a una Gara 5, e questa volta è la Pastificio di Nola Napoli di Piero Bucchi ad espugnare via Guasco.

Young si è trovato bene e decide di restare a Reggio anche per la stagione successiva, in cui Reggio deve arrendersi per la prima volta ai rivali della Sicc Jesi, nei quarti di finale playoff.

“Viva o 2004!” sventolano le bandiere dell’Europeo di calcio portoghese vinto da quella Grecia da cui Boogie è partito, “Viva il 2004!” risponde via Guasco. Reggio torna in Serie A, trascinata dagli americani Tutt, Garris e Young, vincendo in volata il testa a testa con la Jesi di Rocca, Blizzard, Singleton, Firic, Casini, con Alvin  leader della squadra e  trascinatore del pubblico reggiano, primo americano amato come un figlio dopo gli anni del Professore.

Nella passerella finale contro Rimini, Alvin corre a torso nudo in mezzo ai tifosi verso il centro del campo con il suo caratteristico sorriso ricco di gioia che a Reggio dedicava a chiunque volesse scambiare due parole con lui.

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Si torna in Serie A dopo quattro anni, ma Alvin non sarà sugli assi del Bigi a far danzare il pallone fra le gambe.

L’Odissea si trasforma in caccia ad un Eldorado che non esiste, in un attesa per un Godot che non arriva. Bnei Hasharon, Strasburgo, Ironi Nahariya e infine Capo d’Orlando.

Con la maglia dell’Upea, nel 2007, Young segna 22 punti nello spareggio salvezza dell’ultima giornata fra i paladini e la Bipop, condannandola a lasciare la Serie A che lui aveva contribuito a raggiungere con le sue giocate d’intensità emotiva, a Ragusa. Da Sicilia a Sicilia.

Quella sera, però, qualcosa deve essere scattato nella mente del figlio di Edna. Nella vita può accadere che si raggiunga la felicità massima, fatta di soddisfazione e realizzazione dei propri obiettivi, ma al contempo qualcosa, perso nella girandola della vita volente o nolente, può continuare a mancare, tanto. Young riconquista l’amore dell’amata e perduta Reggio, mai realmente sopito, e scende in Legadue, nonostante tante offerte importanti, per riportare la Trenkwalder, guidata da Marcelletti come sei anni prima, dove le spetta.

 

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Sono tempi duri per la Pallacanestro Reggiana e per i suoi tifosi, diversi dall’ascesa di tre anni prima, ma  Young e Paul Marigney portano ai playoff un roster in cui sgomita un ragazzino di nome Nicolò Melli, che al mattino studia latino e alla sera fa impazzire via Guasco, sotto i buffetti di Luca Infante. Quelli erano tempi in cui forse il talento era inferiore rispetto al basket di oggi, ma i giocatori sul parquet sputavano sangue quasi ogni partita fosse una battaglia (memorabili le sfide Infante-Maggioli) e potevi trovare personaggi unici, vicini alla semplicità della gente e lontani dall’imminente incursione dei social network, capaci di modificare radicalmente il modo di intendere la parola “campione”.

L’avversario della truppa di Marcelletti è nuovamente l’Aurora Jesi, che questa volta ha la meglio sui biancorossi in quattro gare in semifinale, nonostante l’esplosione di Melli.

La Trenkwalder ci riprova la stagione seguente con un roster di primissimo livello per la Legadue (Heinrich, Melli, Infante, Fultz, Maestrello, Young, Smith) con l’obiettivo dichiarato di tentare il salto diretto in A. E’ il canto del cigno dell’Alvin Young temuto penetratore d’area, ball-handler raffinato e leader emotivo indiscusso in una stagione che vede la Trenk sprofondare dal primo posto del girone d’andata a lottare per la salvezza con una squadra completamente rivoluzionata.

A fine stagione Alvin lascia Reggio, questa volta per sempre.

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Pavia, Venezia, Pesaro, Casalpusterlengo, trasformandosi in tiratore con minuti di qualità. Ogni ritorno al PalaBigi rimane per Boogie un bagno di folla e una girandola di ricordi ed emozioni.

Alvin Young non ha mai voluto apparire, prendersi la scena, in campo e fuori. E’ stato un grande leader per i compagni, un vero esempio di sport corretto per i tifosi, a cui dedicava autografi, polsini e foto volentieri, e un giocatore che in campo, con indosso quel 13 biancorosso da santificare negli anni, ha sempre sudato fino all’ultima goccia per i colori biancorossi. Alvin Young ha saputo lasciare un segno umano nelle persone ovunque ha giocato, per la grinta, la passione, la leadership e l’entusiasmo giovanile contagioso.

Nella gara fra Reggio e Pesaro, nel marzo di quattro anni fa, una parte del pubblico notò un americano in una t-shirt a maniche corte fare tranquillamente la fila fra i ritardatari del Bigi, passare dietro alla curva dell’allora Collettivo Biancorosso, camminare dietro alla nostra panchina e cercare il proprio posto sugli spalti. Qualche viso, poco concentrato sulle gesta di Cinciarini e Brunner, si sospinse in avanti per verificare se non fosse una visione. A fine gara ecco quell’americano, trascinato in campo dagli amici di vecchia data, impegnato a stringere mani, ad abbracciare gente e a chiacchierare sorridente.

Quell’uomo era Boogie, l’uomo del popolo.

 

Young è il bambino che non vuole tornare a casa, il ragazzino che non ama perdere, l’amico che ama divertirsi in compagnia. E’ l’essenza della pallacanestro, del professionista che dagli spalti, dalle recinzioni troppo alte dei playground, è passato in campo, trovando la sua dimensione nella nostra città.

I find romance when i start to dance in Boogie Wonderland…

Alvin Young, miglior giocatore biancorosso del decennio 2004-2014.