Ball don’t lie: onore ai vincitori. Ma queste emozioni sono il nostro patrimonio

Raccontare un’emozione è sempre complicato. Lo è ancora di più se è un’emozione dolorosa, seppur sportivamente parlando: la forza dell’immagine del nostro capitano in lacrime non è solo nell’impatto emotivo che ha avuto in quel momento, ma più ancora nel fatto che sarà quella che rimarrà scolpita nella mente di tutti noi reggiani, tifosi e non, di tutti noi arsàn.

Mi faccio aiutare, ancora una volta, dalla lingua, anche se questa volta non è la mia (ho fatto le “scuole basse”, per cui se parlerò a sproposito, dovrete aver pazienza). Prendo in prestito una parola greca che sintetizza perfettamente ciò che di più positivo abbiamo vissuto -e dobbiamo sforzarci di conservare- nonostante l’epilogo non sia stato quello sperato: il pathos che non solo in questa finale ma nel corso dei playoff ha pervaso tutti noi è qualcosa che, di per sé, ripaga generosamente tutti quanti degli sforzi profusi.

Il pathos è il termine che indica -cito Treccani- “l’insieme di passionalità, concitazione, grandezza proprio della tragedia”, e ancora “nell’uso moderno, la capacità che un’opera d’arte, anche musicale o figurativa” (e quindi anche dello sport) “ha di suscitare, con la potenza drammatica in essa contenuta, intensa emozione”.

Ecco, abbiamo visto tutti quanti dove la Pallacanestro Reggiana non è riuscita, nemmeno quest’anno: non è riuscita a cucirsi lo Scudo sul petto; si è arresa ancora, in finale, questa volta di fronte a un’avversaria più forte, più profonda e più in salute. Ma questo è logos, non è pathos. Questa è la parte razionale, che pur albergava da inizio stagione dentro di noi: prima o poi l’appuntamento con Milano, con la corazzata dal budget inarrivabile e del santone in panchina, sarebbe arrivato. E lì, il discorso si sarebbe fatto davvero improbo.

Ma il logos non ci porta oltre: Milano ha vinto lo Scudetto, rispettando il pronostico favorevole e raggiungendo l’obiettivo per il quale è stata costruita (e abbondantemente ritoccata). “Ball don’t lie”, nella sua accezione meno sarcastica.

Al centro, il nostro cuore biancorosso che grazie a questa squadra ci ha fatto sussultare.
Al centro, il nostro cuore biancorosso che grazie a questa squadra ci ha fatto sussultare.

Quello in cui la Pallacanestro Reggiana invece è riuscita alla grande, e qui torniamo al pathos, è di farci vivere un’emozione talmente forte da far vivere di basket un’intera città per oltre un mese. Donne, bambini, social network… Tanti tifosi vecchi ma soprattutto un’orda di tifosi nuovi hanno respirato pallacanestro, sintonizzato l’umore delle proprie giornate sulle onde dei risultati dei biancorossi, letto, commentato, discusso delle prestazioni di questo e di quell’altro, e dei risultati della squadra.

La Grissin Bon ha aderito definitivamente all’epidermide della nostra città facendo vivere (anzi ri-vivere) a tutti il pathos della grande impresa sportiva, ed è questa la sua vittoria più spettacolare. Questo è il risultato che, più ancora della vittoria finale, pagherà straordinari dividendi negli anni a venire, avvicinando tanti ragazzini alla pallacanestro, assicurando un affetto alla squadra che a questo punto –ne sono sicuro- non perderebbe seguito se il risultato sportivo dovesse essere inferiore a quello di questi ultimi due anni.

Anche in questo momento in cui mi sforzo di trovare le parole giuste per descrivere le emozioni di questo amaro finale di stagione, l’immagine del nostro campione col numero 13 ferito (nell’animo) mi si materializza davanti agli occhi, nitida e dolorosa. È il pathos, che è ancora tutto lì, non se ne vuole ancora andare; non c’è niente di logos, di razionale, il campo ha parlato ma la ferita brucia ancora.

In questa immagine, l'abbraccio tra chi ha vinto e chi ha perso.
In questa immagine, l’abbraccio tra chi ha vinto e chi ha perso.

Se questo stesso pathos agiterà ancora le giornate e i pensieri di Stefano Landi, del nostro staff e di Rimas (e con lui, di tutti i ragazzi che vorranno essere protagonisti con la nostra maglia anche l’anno prossimo), come stento a dubitare, significa che abbiamo vinto. Se questo pathos rimarrà vivo e ardente dentro tutti i reggiani, significa che abbiamo stravinto. Significa che aver perso non ci ha fatto perdere la voglia di combattere per primeggiare: significa che c’è ancora la progettualità che tanto bene ci ha fatto; significa che sappiamo essere orgogliosi di noi stessi anche nella sconfitta.

Significa che il sogno è ancora vivo, anzi è ancora da vivere. Per questo valeva, e varrà ancora, la pena di esserci.