Caja, il “sergente maggiore Hartman” al capezzale della Unahotels

(a cura di Damiano Reverberi)

Avete presente il sergente maggiore Hartman, uno dei personaggi di Full Metal Jacket? Ecco, per introdurre il profilo di Attilio Caja, nuovo allenatore della Unahotels, il paragone regge. Eccome se regge. Ma sarebbe ingeneroso ricondurre solamente alla metafora del “sergente di ferro” il profilo del 59enne tecnico pavese, uno che nell’ambito di una lunga carriera ha raggiunto traguardi di rilievo, non sempre scontati visto il materiale a disposizione.

 

Certo, il personaggio non è esattamente incline ai compromessi, lo sanno bene a Varese, ultima tappa di una carriera da allenatore che si avvicina alle nozze di perla. L’esonero di inizio settembre, prima dell’inizio del campionato, è arrivato in buona parte per i cattivi rapporti con il colpo di mercato della campagna estiva biancorossa, l’olimpionico Luis Scola, ma non ha cancellato quanto di buono fatto nelle cinque stagioni vissute dalle parti di Masnago: due salvezze, non banali, una partecipazione alle finali di Coppa Italia e una semifinale continentale in Fiba Europe Cup. Nel 2016/17, alla sua seconda avventura col club lombardo, eredita la squadra da Moretti in fondo alla graduatoria e la porta al 12esimo posto finale, non senza un “cazziatone show” dopo un ko a Cremona, dove sbotta contro gli stranieri: “Siete perfetti per giocare il campionato cinese, vi pago io il volo”. Non esattamente una frase da chi viene incaricato di risolvere un conflitto diplomatico e che, probabilmente, scatenerà i boati di approvazione di chi non ha gradito l’atteggiamento di alcuni giocatori della Unahotels nelle ultime settimane. Ma funziona, eccome se funziona: l’anno dopo, infatti, Varese centra i playoff per la prima volta dal 2013 e Caja centra il titolo di Coach of the Year, il secondo della carriera dopo quello del 1996.

 

“Artiglio”, questo uno dei suoi soprannomi insieme ad “Attila”, ha iniziato ad allenare ad alto livello a poco più di 30 anni (in A2 a Pavia) ed è un vero e proprio specialista nel prendere le squadre in corsa: non a caso raggiunge proprio con Reggio la doppia cifra di subentri. Ed il fatto che sia spesso richiamato (a Roma, a Milano e nella stessa Varese) significa che la qualità del lavoro svolta è fuori discussione, meglio se in condizioni critiche. Tra le imprese più belle quella di Roseto, quando il 14 maggio 2006 riuscì battendo Capo d’Orlando a strappare la salvezza in condizioni che definire eroiche è poco, con una società praticamente inesistente, un futuro già scritto (gli abruzzesi, infatti, non si iscrissero l’anno dopo) ed un organico ridotto all’osso, ma composto da uomini veri. Quelli che capitan Leo Busca definì senza mezzi giri di parole “cani malati”.

 

Caja è anche allenatore da grandi città. Lo dimostra la sua esperienza capitolina in tre atti distinti, che ne fanno l’allenatore col maggior numero di presenze sulla panchina della Virtus Roma. La prima esperienza nel 1994, dopo un ripescaggio e con una pronta retrocessione in A2 nei pronostici di tutti gli addetti ai lavori: dopo un inizio da quattro vittorie in cinque partite, arrivarono i playoff. Nel 2000, invece, la vittoria in Supercoppa, contro la Virtus Bologna di Ettore Messina e Manu Ginobili, nella stagione il cui inizio fu posticipato per i Giochi di Sidney. Non va dimenticata la duplice parentesi milanese: subentrato dopo 6 partite a Zare Markovski con l’Olimpia praticamente sempre sconfitta, riuscì ad arrivare in semifinale, venendo sconfitto da Siena.

 

Dan Peterson lo ha definito miglior allenatore SOS italiano: “Quel coach – spiega il “nano ghiacciato” – che viene chiamato a campionato già avviato da una squadra in crisi, sia di gioco che di classifica.  Attilio Caja, con il suo gioco ordinato, la sua preparazione meticolosa e il suo rigore inflessibile, mette le cose in ordine in fretta”. In via Martiri della Bettola si augurano proprio che sia così.