Caporetto e capo chino

Se la certezza di aver davvero toccato il fondo la si può avere soltanto a posteriori, la consapevolezza di aver vissuto uno dei momenti più scoraggianti dell’era cestistica biancorossa targata Menetti è ormai penetrata sotto pelle anche al tifoso più fedele e incorruttibile: questa squadra ha smarrito la via, e chissà quanto tempo passerà prima che la ritrovi.

Il brusco risveglio dal sogno di una notte di mezza settimana in cui la nostra amata creatura, fragile tanto quanto i grissini di cui porta il nome sulla maglia, sconfiggeva il mostro turco ha il volto sfrontato di un ragazzino lituano non ancora ventenne e il sorriso beffardo di Engin Atsur, turco di nascita e tedesco di passaporto, uno che il grande basket l’ha sempre solo e soltanto sfiorato ma che può spiegare il mestiere a tanti pariruolo che calcano i parquet dello Stivale.

Chiniamo il capo davanti a Capo, seconda sconfitta su due partite non soltanto ampiamente alla portata, ma già messe a preventivo alla voce “fieno in cascina”. Cascina che al momento, invece, rimane desolatamente vuota. Roba seria.

Per buoni motivi.

Il più lampante è che questa squadra è stata costruita spaventosamente male.

 

PLAYMAKER INESPERTI

Il ruolo chiave della squadra è in mano a due esordienti. Giovani di belle speranze, sicuramente dotati di talento, ma non di un bagaglio di esperienza e di spalle sufficientemente larghe da reggere il peso che questo ruolo fa gravare su di loro. Per Mussini il problema è letterale: i due anni di college a quanto pare non lo hanno formato definitivamente né dal punto di vista tecnico, né da quello fisico. Il “Musso” resta di fatto un tiratore (per caratteristiche, dimentichiamo per un istante i numeri) e né in fase di costruzione di gioco né in difesa ha per ora dimostrato di potersela cavare. Leonardo Candi si farà, non ho il minimo dubbio a proposito, ma tutti i giorni va in palestra, marca e viene marcato da Mussini stesso o nella migliore delle ipotesi da Nevels, gente che con rispetto parlando non ha proprio niente da insegnargli o da imparare da lui.

CENTRI EVANESCENTI

La carriera del nostro altissimo compaesano, nonché capitano, Riccardo Cervi è da sempre caratterizzata da alti e bassi (più bassi che alti, a dir la verità, come dimostra il fatto che nonostante la stazza e la contemporanea assenza di centri di altissimo livello non sia mai riuscito a trovare spazio in Nazionale) e da problemi fisici che ne hanno compromesso il rendimento in campo. Perché allora non puntare su un secondo centro che nella passata metà stagione ha dimostrato un grado di affidabilità e di presenza mentale pari a zero come Jalen Reynolds? E invece eccolo qua, neanche il tempo di una comparsata alla Summer League dei Toronto Raptors che il pivot da Xavier era già all’ombra della Pietra. Devastante in Coppa contro due centri bravi come lui a mostrare i muscoli, un po’ meno ad usarli, sono bastatete la concretezza e la fisicità vera di Mario Delas per riportarlo alla dimensione consueta, effetto fungo di Alice in the Wonderland. Che forse è il posto da dove viene lui, ed ecco infatti il nostro sempre mite e paterno patron Landi subito tuonare, modello Bianconiglio, che “è tardi! è tardi!”. Eh sì, caro Stefano, te lo dico col cuore spezzato, ormai è tardi… Tardi per cambiarli tutti, adesso ce li teniamo e facciamo per tanto.

TAPPABUCHI

Così, partendo dalla meteora Moser, il corredo di giocatori comprati a scatola chiusa. Vene, comparso sui taccuini dei nostri scout già l’anno scorso e chissà quanto sottolineato e circolettato, se lo siamo andati a prendere a tutti i costi nonostante -si scoprirà dopo- già stressato e fratturato ed ora lì a farsi rattoppare e chi sa quando e come tornerà. E poi Sané, l’Antoine Walker dei poveri, che in confronto Lesic è Batman, e Nevels, e il povero De Vico, che adesso si fa in quattro, lui che sognava di farsi da tre e magari, buttando giù qualche chilo, anche da due.

Peccato, vista la presenza di tre giocatori che messi in un contesto più logico avrebbero rappresentato un grandissimo valore aggiunto. Amedeo Della Valle, che è un talento vero, di quelli che ne passano di rado e che -posso dirlo- sono contento stia dimostrando quello che mi aspettavo (sta scritto qui, se vi interessa). Julian Wright, che è da sempre un giocatore fuori dai ruoli e dagli schemi. Sarebbe servito a dare imprevedibilità a un attacco ordinato, fatto di esecuzione, come era il suo ruolo a Trento. Un ballerino nel corpo di un orso, un 3 nel corpo di un 5. Se fino ad ora ha deluso, è soprattutto perché alcuni si aspettavano Mitchell, ma ci siamo ben lontani. Manu Markoishvili, infine, grande equilibratore, giocatore di complemento di assoluto livello, ma che non nasce per fare il secondo o terzo violino.

IL COACH

Il coach porta la croce, come è giusto che sia, anche se facendoglielo notare un po’ si schernisce. Fa parte del ruolo: se le cose non vanno, l’allenatore va sulla graticola. Lui, ascoltandolo, fa un po’ finta di niente. Forse un po’ troppo. Aspettiamo da tempo che si prenda qualche responsabilità, che faccia ammenda, invece della solita letturina insipida sull’andazzo delle partite. C’è sempre qualcosa che non è andato come era stato provato, errori di gioventù, correnti alternate… La squadra deraglia, il perché è sempre chiaro, eppure il livello delle prestazioni ogni volta è più basso. E ormai si fa sempre più fatica a difenderlo agli occhi di chi da tempo vorrebbe vedere qualcun altro seduto al suo posto, anche se per altrettanta onestà ripeto quello che ho detto a giugno, all’indomani della riconferma: l’importante è che la festa non gliela facciano a ottobre, alle prime difficoltà… Quelle ci sono, ora vedremo.

Altro che capo retto… Testa bassa e pedalare, che di questo passo tutti quei discorsi all’apparenza ridicoli, oggi per alcuni fastidiosi (“mancano 26 partite…”), riguardo alla salvezza (a proposito, Dalla Salda che parlava di pensare alla salvezza e adesso si dice sorpreso e preoccupato da queste sconfitte, si metta d’accordo: o l’una o l’altra) cominceranno a prendere sempre più forma, e in un campionato equilibrato come quello di quest’anno può veramente succedere di tutto.

Il tempo sta scadendo, ci aspettiamo che qualche decisione venga presa, per il bene della squadra e non certo perché qualcuno deve pagare. Cambiare tanto per cambiare va di molto di moda in altri sport e raramente sortisce buoni risultati. Ma riconoscere i propri errori e intervenire per correggerli è il primo passo da compiere: è tardi per indugiare, non per rialzare il capo.