Il Crepuscolo degli Dei

Sono il fantasma delle stagioni passate…”

Questo si sarebbe sentito dire Scrouge, se fosse stato tifoso della Pallacanestro Reggiana.

Il viaggio nel tempo inizia nel 2011, in un Bigi in festa per la salvezza. Tutti in campo a fare le foto con Bell, perché si rimarrà fra i professionisti.

È passato un anno e il popolo biancorosso è ancora lì, riversato sul parquet fra schizzi di champagne, una coppa che passa di mano in mano. Eccoci poi i 600 al PalaTiziano tributare una standing ovation a un’equipe biancorossa che rispecchiava la nostra vera anima. Con umiltà, insieme, abbiamo appena dimostrato che nulla è impossibile.

Max Menetti, dal 2011 sulla panchina biancorossa

Cambiano i volti, si torna a viaggiare per l’Europa con la James White Airlines. Belgio, Olanda, Francia, Slovenia, Ungheria, Russia.

Basket City è per due giorni biancorossa. Ci sono propri tutti, grandi e piccini. Che bei ricordi, eh fantasma? Nessuno, proprio nessuno voleva restare escluso dalla festa.  Due anni prima Michele alzava una coppa un tantino diversa…

Dawan Robinson e Donell Taylor, quando tutto iniziò…

Darjus, il nostro Godot, decide di manifestarsi in via Guasco. Salviamo la pelle a Brindisi, espugniamo Mestre. Bandiere e clacson sotto la Vela, poi tutti davanti al maxischermo a soffrire. Nell’aria si respira solo pallacanestro.

Non possiamo sbagliare, ma la tabellata di Logan è solo l’overture dei dolori del giovane Arsan. Seduti sui gradini, sguardo nel vuoto, loro che festeggiano con le quattro Teste di Moro al vento.

Ripetere un exploit così è dura, ma intanto in Cassala appare la Supercoppa sul muro. Ci vendichiamo dei cugini sardi, i lupi si arrendono dopo una lunga battaglia al titano di Kaunas, ma poi nuovo quei maledetti gradini, loro che festeggiano, le Scarpette Rosse…the Butterfly effect, un anno dopo.

Oggi, il treno biancorosso si è fermato. Tre persone sono rimaste a bordo fin dalla prima volta che il vapore è uscito dalla locomotiva: Massimiliano Menetti, Stefano Landi e la Passione di Reggio. Una storia tutta reggiana.

Il patron Stefano Landi, la vera fortuna della Reggio dei canestri

Perché, dunqur, ripercorrere gioie e dolori? Perché la stagione appena trascorsa è stata un unicum, il capolinea di un treno che ha finito il carbone e deve aspettare, per ripartire, che gliene portino dei pezzi nuovi di pacca. E nel mentre ci chiediamo chi salirà, ma soprattuto chi scenderà dai vagoni.

Giunti a questo, è giusto chiedersi perché l’Armata (bianco)Rossa si è fermata, analizzando cosa non ha funzionato, gli errori nella gestione di questa Waterloo reggiana.

 

 

FEELING CON REGGIO

Diciamocelo chiaramente: questa squadra, a differenza di quelle che l’hanno preceduta, addirittura più scarse in termini di  talento, non ha mai avuto quel rapporto di empatia con la città. Per la prima volta dopo tanto tempo, Reggio non ha riconosciuto sé stessa, la sua anima, nei giocatori in campo, non ha mai sentito fino in fondo suo questo gruppo. Il legame fra questa edizione della PR e il pubblico di via Guasco è stato caratterizzato sempre da un tifo immutato, questo sì, ma nel profondo il sodalizio non è mai sbocciato. I soli 3.338, al di sotto della vecchia capienza, che hanno assistito a Gara 3, al di là del discorso, giusto o meno, avanzato da alcuni sui biglietti, ne sono una prova.

Eppure le danze erano iniziate con il solito grande entusiasmo (9.000 in totale a Bologna con Sassari e Venezia), esaltato dal record delle 7 vittorie e dalla remuntada con Milano, in un autentica bolgia. Eppure i seggiolini del Dozza sono più comodi di quelli del Bigi…

L’entusiasmo della piazza è andato poi scemando partita dopo partita, nonostante il Pala abbia sempre dato il meglio di sé in termini vocali. L’impressione che mi sono fatto durante la stagione è che sia venuto meno quel rapporto quasi familiare, quasi intimo che si era costruito col tempo fra i tifosi e la squadra, considerata a TUTTI gli effetti una di noi, nostra rappresentante in campo. Max Menetti la chiamava “Cooperativa dei Canestri”: la squadra trascinava il pubblico con una grinta specchio della città, i tifosi, dal canto loro, facevano sentire il fattore campo, soprattutto nei momenti di difficoltà.

I tifosi non hanno mai fatto mancare il loro sostegno, guidati dagli Arsan

Quest’anno un velo di Maya, una certa distanza, è calato tra giocatori, posti ora quasi su un piano metafisico, e tifosi…e chi frequenta il Pala da tanto tempo capirà cosa intendo quando dico questo.  In questi rapporti è sempre un “do ut des”, perciò a volte appellarsi a determinati contorni diviene fin troppo semplice, e, soprattutto, fa comodo. Do ut des, concetto dello sport valido per entrambe le parti. Quella transenna dietro le panchine, credetemi, per tanto tempo è stata solo un’illusione, ma oggi non si può più dire la stessa cosa: si è sentita più che mai.

Di frequente, dopo le sconfitte, si è assistito sui social a una vera e propria crociata contro i tifosi,  che “non ci si accontenta mai”, “vogliono il male della squadra”, “ci si lamenta sempre”, “se non vi va bene, potete anche stare a casa”, e, di fronte alle critiche,  qualche “Solone del web”, come direbbe qualche giornalista reggiano, ha addirittura sentenziato che “cose del genere possono verificarsi solo a Reggio!”, quasi questa città sia la Sparta di belve feroci pronte a scagliarsi indistintamente a ogni sconfitta.

Aradori si esibisce in una delle sue caratteristiche esultanze “americane”

 

Le critiche, precisiamolo, sono proprie di tutte le piazze appassionate. Sono il sintomo che il tifoso ci tiene davvero alla propria squadra, elogiando i suoi meriti, ma anche criticandola con fini sani e costruttivi, non di certo gratuiti. Si faccia attenzione, perciò, a non unire critiche (sacrosante) e contestazione: è mai successo che la Grissin Bon non uscisse tra gli applausi? E’ mai successo che il PalaBigi non tifasse sempre con lo stesso incessante spirito? C’è mai stata anche una sola contestazione alla squadra? No. Allora, cari miei, di cosa stiamo parlando?

 

 

 

GLI ENIGMI DEL MERCATO 

Sostituire quattro giocatori come Lavrinovic, Veremeenko, Silins e Kaukenas non era per niente una missione facile: la scelta della società è stata quella di dare fiducia al blocco italiano “azzurro”, inserendo solamente, oltre al ritorno di Cervi, due stranieri, James e Lesic,  come gregari. Questa scelta ha portato a non avere una riserva adeguata per Cervi, con Lesic in un ruolo tutto nuovo per lui, che, per caratteristiche fisiche e tenuta difensiva, non può assolutamente ricoprire (qualcuno ha detto falli?). E Delroy? Un pesce fuor d’acqua, piatto in attacco e in difesa (Landry sta ancora aspettando la sua marcatura), ricordato solo per le sue danze in giro per la città. Le problematiche del reale apporto dei due si erano già palesate durante il record di vittorie, ma la società ha preferito ignorarle, con il timore di rompere il giochino e mettersi il bastone fra le ruote. La cenere è rimasta sotto il tappeto fino a febbraio, quando, in piena crisi, si è deciso finalmente di fare qualcosa.

Frosini, Williams e Barozzi

Ecco poi la chiamata che non ti aspetti dalla Svezia, e Rimantas Kaukenas, a sei mesi dal ritiro, è di nuovo in squadra, senza i gradi di capitano, in uno spogliatoio giovane con dinamiche e gerarchie (e panni sporchi) tutte nuove. Dalla A2 arriva Jalen Reynolds, giocatore con mezzi atletici paurosi, ma, a differenza di quel Chikoko che lo aveva preceduto, troppo acerbo a livello mentale per questa squadra e questo livello di competizione: il ragazzo è ambizioso, perciò è naturale che veda Reggio solo come una tappa del suo “process” e una vetrina per mettersi in mostra.

Al posto di Lesic, la società “strappa” al mercato turco Jawad Williams per aggiungere esperienza, pericolosità, dinamismo e costruzione al proprio gioco; proclami, questi, che rimarranno solo sulla carta, perché Jawad è stato un giocatore mai all’interno dei giochi, sempre scarico mentalmente, non un valore aggiunto, finendo addirittura ai margini in Gara 2. Un giocatore ampiamente sul viale del tramonto, che a Chapel Hill aspettano a braccia aperte.

Stefano Gentile, aspettato a lungo e con fiducia, poi lasciato inspiegabilmente partire alla vigilia dei Playoff

Capitolo Gentile. La società non aveva mai negato di volerlo aspettare, in quanto collante fondamentale nelle rotazioni: perché dunque lasciarlo partire prima di Playoff nonostante una somma importante? Un esterno in meno, contando che su Strautins, nonostante occupi uno spot da straniero, non si è mai puntato. Sarebbe servito un 2/3 straniero, ma l’infortunio di Cervi ha portato Julian Wright, grande talento che sarà difficile rivedere per richieste economiche elevate e grande mercato. Per allungare le rotazioni si poteva dare qualche minuto a un Bonacini, sparito inspiegabilmente dai radar, come fatto in passato con Parrillo.

Insomma, vere e proprie porte girevoli in via Cassala…ma forse l’acquisto più importante sarebbe stato l’italiano Sinergia.

 

EQUILIBRI E GIOCO DI SQUADRA

Dai veterani dell’Est agli italiani smaniosi di spazio e responsabilità. Doveva essere la nuova leadership del team: tutta italiana, giovane e ricca di talento, ma nei fatti un traino, un condottiero, dentro e fuori dalla superficie francese, non c’è mai stato. La Grissin Bon si è mostrata sì ricca di talento, ma slegata, disunita e totalmente dipendente da soluzioni individualiste o estemporanee. Lo spogliatoio è stato una polveriera di micce, a cui è mancata una figura d’esperienza per affrontare nel modo giusto certe situazioni, tant’è che sul finire c’è stata l’impressione che il gruppo non vedesse l’ora di non stare più insieme tutti i giorni.

In questa stagione la gestione del gruppo ha trovato qualche difficoltà in più

Il basket messo in mostra quest’anno è stato assiduo seguace della religione monoteista del tiro da fuori, al punto da diventare statico e prevedibile, privo completamente di gioco interno (salvo qualche scorribanda di Wright),  incapace di valorizzare le caratteristiche dei singoli giocatori e sfruttarle, come fa per esempio Avellino con Fesenko o Venezia con Bramos. Chiamiamolo “basket molecolare”, “degli elementi”, “meccanico”, perché ogni giocatore, indipendentemente dalle sue caratteristiche, è considerato un elemento della catena di montaggio, che può interpretare il proprio ruolo in un unico e solo modo. Ma Cervi, per esempio, non può uscire in tacca alta, a differenza di Reynolds.. Questo basket, se poteva valorizzare “classe operaia” come Filloy, Antonutti, Cinciarini e Silins, non ha avuto presa con questo roster ricco di giocatori con tanti punti nella mani e con personalità singole non certo indifferenti.

Era un’orchestra. E’ diventata un mare di note improvvisate senza direttore.

MENTALITA’ E RIVOLUZIONE

E’ mancata la mentalità vincente per fare il salto di qualità, da squadra di alto livello a grande squadra. E’ un vero peccato che tanto talento, nella squadra più completa mai avuta dal ritorno in A, rimanga inespresso, che i campioni rimangano tali solo sulla carta.

Dopo le Final Eight, la squadra poteva fare il salto di qualità mentalmente, ma ha fallito, disunendosi.

Lo spogliatoio e i suoi equilibri, inutile negarlo, hanno scricchiolato ben prima del ritorno di Kaukenas e dei ritiri “spirituali” di Cesenatico…

Oggi si parla di spogliatoio spaccato, di una Cassala più divisa di “Belfast”, ma proprio allora serviva un segnale dall’alto, una forte presenza che sapesse gestire una situazione nuova per un gruppo di giocatori fin troppo protetto e difeso. Il tempo delle decisioni, di far sentire la propria voce, anche nei confronti dei più intoccabili, era allora, e forse oggi ci ritroveremmo qui a raccontare una storia ben più diversa rispetto alla storia del  salvataggio del gruppo operato da “San Rimas”. Il gruppo italiano ha mancato di leadership, di controllo e coesione, ma anche la società sarebbe dovuta intervenire, gestendo la situazione prima degli ovvi  “j’accuse!” e degli scontati “è colpa mia! No, è colpa tua!” di fine stagione. Sinceramente sentire “non riesco a capire perché (sia successo)”, a bocce ampiamente ferme, è molto preoccupante, e preannuncia tutt’altro che una rivoluzione.

L’unità d’intenti è mancata, rispetto alle scorse  stagioni.

Troppe cose sono state date per scontate, da parte di tutti. Sono mancate la fame (vedi sconfitte di Milano e Cremona), la cattiveria agonistica di reagire. Ci si è accontentati di quell’immagine “dominante” e in voga “di” Pallacanestro Reggiana decantata ai quattro venti dai “sancta sanctorum” dell’universo basket: sulla carta si è parlato di noi come della Duke di Christian Laettner, ma sul campo avevamo tutte le carte in regole per essere i Bad Boys di Detroit, per intenderci. E invece siamo diventati come i Clippers.

I trofei si vincono sul campo, non accontentandosi di uno status popolare raggiunto. Ritengo che ci siano nuovi fattori nel mondo dello sport, tra cui il ruolo dei social e il concetto stesso di campione, osannato perché “chic” o social, che tutte le società sportive dovranno prima o poi considerare: a perdersi o a montarsi la testa ci si mette un attimo, guardate solo la Serie A di calcio dove calciatori mediocri sono stati elevati a fenomeni per la loro reputazione fuori dal campo. Mai accontentarsi, perché, sostanzialmente, rispetto a ciò che avremmo potuto fare in termini di trofei rapportati ai risultati, non abbiamo ancora fatto nulla. Differenza fra team di successo e team vincente.

Questa deve essere la volontà di chi il prossimo anno vestirà il biancorosso: ritrovare unità collettiva, umiltà e voglia di rivalsa.  E’ necessario tornare a privilegiare il rapporto e l’amore unico della tifoseria reggiana con la palla a spicchi, il vero “modo di essere” perso per strada e da ritrovare al più presto.

Alessandro Frosini vicino al rinnovo, ma le strategie di mercato di quest’anno hanno dato tutt’altro che frutti…

La storia dello sport recente ci ha insegnato che i cicli finiscono, ma anche che iniziarne di nuovi non significa fare un taglio netto col passato. “Il coraggio di cambiare”, si intitolava un articolo che ho letto qualche mese fa. Guardate solo cosa ha fatto il Leicester, che tutti davano spacciato dopo aver cacciato Pearson e preso Ranieri…

E’ necessario rifondare, fare tesoro di cosa non ha funzionato. Si ripartirà dai giocatori sotto contratto, fra i quali c’è già chi non si dice sicuro di restare. Prima di gettarsi nel vortice del mercato, sarebbe opportuno prima capire chi sarà l’allenatore della prossima stagione (Bucchi? Menetti? Esposito? Fioretti? Banchi?), se lo staff di Menetti rimarrà in ogni caso (ed è difficile trovare un coach che non si porti il suo staff…), e se effettivamente sarà Eurocup, che non penso Venezia e Avellino, se contattate, snobbino.

L’Eurocup ragiona con logiche economiche e di mercato: chi non vorrebbe avere dentro una città come Venezia e una forza economica in crescita come la Sidigas? Per diventare grande, del resto, al di la del montepremi, è meglio giocare contro squadre di medio (FIBA) o di alto livello? La Champions rimane comunque un ottima coppa e, salvo wildcard, io un pensiero ce lo farei. A parte tutto, è brutto come queste coppe ancora non abbiano criteri fissi di accesso, ma mutino la loro composizione di anno in anno a seconda delle opportunità.

Alessandro Dalla Salda dovrà fare i conti con i dubbi sorti in questa stagione e riprogrammare le strategie

Pare vicina la riconferma di Alessandro Frosini, con un biennale. Se da un lato il DS ha avuto l’intuizione di puntare su italiani e veterani, dall’altro sembra più che mai necessaria una rivoluzione delle strategie di mercato e il consolidamento di una rete di scout europeo-americana, per evitare altri Karl, Jeremić, Golubović, Chikoko, Lešić, il non play Needham e James I e II. Lo scouting, nello sport moderno, è fondamentale, come ha detto Peppe Sindoni. Ma sarà che io stravedo per chi investe in questo, come l’Orlandina, più che in uno sport dominato dai procuratori che propongono di qua e di là i loro assistiti…

 

 

 

E’ il crepuscolo di un’era, il Crepuscolo degli Dei di Wagner. Serviranno volti nuovi, nuovi eroi, nuove e vecchie motivazioni…e chissà che non rivedremo di nuovo qualcuno in via Guasco dopo tanto tempo.

È tempo di rifondare, imparare dagli errori di strategia, perché, pur cambiando i protagonisti, continuare sulla riga tracciata quest’anno a parer mio sarebbe deleterio. E’ necessario cambiare rotta, riabbracciare la mentalità della nostra Reggio.

Solo i grandi club, in campo e dietro la scrivania, sanno trasformare un Crepuscolo degli Dei in una nuova Cavalcata delle Valchirie.