Darjuš, il gigante del Baltico

“Jeszcze Polska nie umarła,Kiedy my żyjemy”

E’ tutto uno sfilare di bandiere, tamburi e marce trionfali per le vie di Reggio Emilia, dove da circa sette mesi sventola fiero il Tricolore cispadano dal palazzo che in futuro servirà come sede del Comune. I soldati marciano, con i pennoni ritti al vento e la testa spavalda verso il futuro, con quel piglio fiero di chi vede gli sguardi ricchi d’ammirazione della folla accalcata ai lati della strada, ad accompagnarli da Piazza del Duomo verso via Farini. Verso la guerra.

Il canto dei suoi commilitoni è musica per le orecchie di Jozef, <<tenente delle Legioni Polacche al comando di Jan Hendryk Dabrowski per ordine del generale Napoleone Bonaparte di Francia>>…ancora deve abituarsi a dirlo.

Voleva fare il giurista, Jozef, ma l’amore per la sua amata Polonia, smembrata come un pezzo di pane dagli artigli di Russia, Austria e Prussia, lo ha portato a combatterle sotto le armi al servizio del “piccolo corso”. Voleva fare il giurista, e invece si scopre poeta fra le stanze del Palazzo Vescovile, fra una riunione e l’altra.

Sono suoi i versi che cantano gli esuli polacchi quel 20 luglio 1797, mentre marciano verso Milano, verso Nord, <<perché la Polonia non è ancora morta.>>.

Quell’uomo si chiama Jozef Wybicki, il polacco più famoso nella storia di Reggio Emilia, e mai si sarebbe immaginato in quel caldo luglio che qualche secolo dopo, in quelle stesse vie, quella stessa gente avrebbe acclamato un suo connazionale.

 

Tanti sono anche i polacchi autoctoni in Lituania. L’Unione Sovietica e il Partito Comunista prima (Lech Walesa non è poi così distante), la Lituania indipendente poi provano più volte a sedare le loro tradizioni, a “russizzarli”, a “lituanizzarli”, ma loro sono lì da secoli, così come le loro tradizioni, e lì rimangono.

Il 1 novembre 1979, mentre tutta la comunità polacca di Vilnius è riunita per celebrare la ricorrenza dei morti, un’occasione per ricordare il passato glorioso degli Jagelloni, Wandy Ławrynowicz sta svolgendo il difficile compito di sostenere la moglie Jana Stanisław in ospedale. Nascono due gemelli, maschi, e qui, proprio come Cruyff ai tempi del Barcellona e di Franco chiamò il figlio col tipico nome catalano Jordi nonostante l’anagrafe lo avesse diffidato più volte, i Ławrynowicz accolgono in famiglia Dariusz e Krzysztof, nato dieci minuti dopo il fratello. Ecco perché questa è la storia di Darjuš, ma anche quella di suo fratello Kšyštof.

L’infanzia è tranquilla, nella casa dei nonni materni a Buivydžiai, al confine con la Bielorussia, da cui proviene la loro madre. In mano, fin da subito, un pallone da basket. Del resto i gemelli sono alti il doppio rispetto ai pari età, coi quali però spesso non riescono a comprendersi, perché, per parecchi anni, parleranno solamente il polacco e il russo, e il lituano resterà un oggetto misterioso.

L’avventura nel mondo del basket prende il via a Alytus, nel 1996, dove esordiscono sia Darjuš che Kšyštof. Sì, avete letto bene. Ben presto lituani e russi modificano la grafia dei nomi dei gemelli che divengono così Darjušas e Kšyštofas Lavrinovičius per i primi, Darjuš e Kšyštof Lavrinovič per i secondi. Nel 2002 Kšyštof, fino ad allora il migliore dei due, lascia la Lituania alla volta dei ricchi russi del Perm e a fine stagione vince, giocando poco, l’oro europeo con la nazionale lituana, battendo la Spagna di Pau Gasol a Stoccolma.

Darjus deve attendere l’anno seguente per accasarsi al prestigioso Žalgiris Kaunas, con cui sfiora la qualificazione alla Final Four Eurolega di Tel Aviv 2004 per poi venire eliminato in modo rocambolesco dallo stesso Maccabi con un tiro di Derrick Sharp che porta tutti ai supplementari, che gli “Tsahov” del loro amico Jasikevicius vinceranno (Qui il video).

Il 2004 è un anno folle, in cui la Grecia vince gli Europei di calcio e ospita le Olimpiadi a Atene, che anni dopo paralizzeranno la sua economia. La Lituania partecipa al torneo di pallacanestro e sognare è possibile con Jasikevičius, Šiškauskas, Mačijauskas, Eurelijus e Mindaugas Žukauskas (gli altri due fratelli), Šalenga, Songaila, Stombergas, Kšyštof e Donatas Slanina. Darjuš guarda dall’esterno gli amici infliggere agli Stati Uniti di Iverson, Duncan e un giovane LeBron James una bruciante sconfitta che pare lanciare i baltici verso l’oro. Sulla loro strada, però, arriva Gianluca Basile, con una prestazione incredibile in semifinale, e la Lituania perderà poi anche il bronzo contro i redivivi americani.

Darjuš giganteggia con la maglia della squadra più famosa di Lituania, con un repertorio decisamente fuori dal comune per un centro della sua altezza. Un’imponente statua greca con l’estro di un artista rinascimentale fiorentino…

<<Ok, forse Darjus è pronto per giocare all’estero, giusto un pochino.>>pensano gli esperti, e infatti, dopo Eurobasket 2005 e una grande stagione allo Žalgiris, arriva nell’estate del 2006 lo spostamento in Russia, all’UNICS Kazan, dove, manco a dirlo, gioca dall’anno prima Kšyštof…

Per due stagioni le strade dei gemelli tornano ad unirsi nella steppa, prima che quello che finora aveva fatto più strada (Kšyštof) si trasferisca a Siena, dove, sotto Pianigiani e con un certo Rimantas Kaukėnas come compagno di squadra, vincerà tutto e raggiungerà due Final Four di Eurolega a Madrid (2008) e Barcellona (2011).

Darjus, dopo aver trascorso la stagione 2008-09 nell’ambiziosa Dinamo Mosca, sbarca al Real Madrid, casualmente nell’unica stagione in cui Rimas lascia Siena per testarsi in Spagna, e successivamente raggiunge il picco della sua carriera con Fenerbahçe e CSKA Mosca, dove perderà la finale di Eurolega nel 2012 con l’Olympiacos per quello storico gancio di Printezis. Dopo Sharp, ecco l’Eurolega sfuggirli di nuovo…

Con la Nazionale nel frattempo è amore puro. Nel 2007 era stato conquistato uno storico bronzo europeo proprio a Madrid, che aveva portato alla qualificazione alle Olimpiadi di Pechino. Ma, più che il bronzo, storica è la performance canora della canzone Trys Milijonai sul palco di Vilnius al ritorno in patria, dove i gemelli si vedono recapitato un microfono in mano…e da quel momento è il finimondo (appare anche un Rimas con la giacca da biker)

Dopo una reunion a Kaunas con Kaukėnas, nell’anno in cui Reggio perde la serie playoff contro la Roma di Datome, Ksystof si sposta a Valencia, mentre Darjuš, inspiegabilmente, si accasa a Kiev, in un campionato di livello inferiore, nonostante disputi l’Eurolega (davanti a pochi intimi).

Nell’estate del 2014, dunque, ecco un momento storico per Reggio Emilia. In sede abbondano le magliette “Big Darjus”, in attesa che il colpaccio sia finalizzato, così in un’anonima giornata d’agosto, nel mezzo del ritiro della nazionale lituana che si prepara ai Mondiali di Spagna, Darjuš fa un salto a Reggio, mangia la prima pizza di tante al Paprika e per la prima volta stringe la mano a tanti tifosi sul prato del CERE. <<Grazie! Grazie!>>.E’ l’unica parola di italiano che ha imparato per l’occasione. Mentre uscirà ogni volta dal campo, con i figli accanto e la moglie Edita dietro di lui, terrà sempre un braccio alzato verso il pubblico e un grande sorriso sulla faccia. <<Grazie! Grazie!>>.

Mondiali di Spagna 2014, semifinale con gli Stati Uniti, Darjuš si fa male alla mano (poi arriveranno altri stop…). La prima amichevole, al Bigi, è con Cantù, e sul parquet, al suo posto, si presenta il fratello Ksystof, convinto dal gigante del Baltico a seguirlo in questa avventura. Darjuš si limita a fare le foto coi tifosi nel foyer del Pala, ma è già un assaggio di ciò che sarà in futuro. I due gemelli, per la prima volta insieme ai margini della panchina nell’amichevole di Mantova con Verona, erano sempre insieme e spesso pranzavano al “Re di Pane” in via Emilia, che oggi non c’è più. Sarebbe stato bello vederli insieme sul parquet…

Il gemello lo sostituirà egregiamente per la prima parte di stagione con evidenti problemi alla schiena, che non gli impediranno però di essere decisivo nei successi su Venezia, Bamberg e Avellino, finché nel -50 di Milano, dopo le Final Eight, ecco per la prima volta Darjuš sul parquet. Da quel momento sarà una bellissima storia d’amore…

Venezia, Gara 7. Darjuš, infortunato, ha subito un mini intervento ed è riuscito a recuperare: la sua presenza ci fa vincere, con alcuni canestri di classe sopraffina. All’esterno del Taliercio i tifosi dei reggiani si inginocchiano, letteralmente, ai suoi piedi… Purtroppo, in una Gara 7 ben diversa, dopo pochi minuti, la sfortuna ce lo toglierà nuovamente nel momento decisivo.

Ma ora si potrebbe stare a parlare giorni delle imprese di Darjuš in campo… Di Gara 7 con Avellino, della schiacciata con Brindisi, della finale con Milano…Bei tempi, bei tempi davvero, e che fortuna averli vissuti. Si potrebbe parlare per giorni di quella partita e di quell’altra, di quella tripla o di quella stoppata, ma Darjuš prima di tutto è stato un esempio per qualsiasi tifoso ed appassionato di cosa significhi essere un giocatore professionista di pallacanestro.

Mai una parola fuori posto, una classe silenziosa e mortifera, una mano sempre pronta per i compagni, mai una giocata forzata (altrimenti si arrabbiava con sé stesso…). Professionisti prima che giocatori, e Darjus ne è stato la prova, il simbolo di una Reggio fatta di uomini prima che di giocatori, in cui il Noi era sempre più importante di quel nome scritto dietro la canotta. Sembrava sempre che potessimo cadere, a Brindisi, ad Avellino, ma ci siamo sempre rialzati insieme, con la forza del gruppo. Lo spogliatoio è sempre stato unito, sempre composto e focalizzato, affamato al 100%. Una Supercoppa, due semifinali Scudetto, l’Europa, le Final Eight… Ricordate un azione all’Unipol Arena in cui tutti e cinque i biancorossi toccarono la palla e Stefano Gentile concluse il tutto con una tripla? Eravamo primi in classifica al termine del girone d’andata, ed era il momento più alto della pallacanestro a Reggio Emilia. L’entusiasmo era tangibile, sembrava che la squadra fosse lanciata su un paio d’ali.

Mentre Alessandro Gentile usciva con la coppa alzata verso il pubblico PalaBigi, spavaldo e provocatorio, Darjuš salutava il pubblico, con la faccia corrucciata, consapevole che quella era la sua ultima partita in biancorosso. In tribuna tutti eravamo consapevoli che con Darjuš e Rimas se ne stava andando una parte romantica, vicina ai nostri cuori, umana di quello che per noi era il basket. Un volto pulito, trasparente e sincero dell’amore più puro per Reggio Emilia e per questo sport, che così tanto i grandi lituani, arrivati con le loro famiglia, ci avevano a lungo mostrato sui vecchi assi di via Guasco.

Domani, dunque, nel vedere Darjuš e suo fratello Kšyštof affrontare la squadra di NOI reggiani non potranno non venire in mente a ciascuno di noi una miriade di ricordi differenti legati a quei giorni, a quei sogni. E allora, quando torneranno a Reggio, il tempo sembrerà essere tornato indietro per tutti, e sarà bellissimo…

Andrea Russo