Donell

We are not makers of history. We are made by history.”

Lo sosteneva un pastore protestante, in uno dei suoi sermoni, anche se non si può di certo affermare che quel battista di Atlanta la storia, a posteriori, non l’abbia scritta.

La conosceva bene, l’Alabama, Martin Luther King Jr.

Coretta, la donna che amava, nata da quelle parti nel lontano 1927, gliene parlava sempre nelle serate della primavera amorosa di Boston, tanto da convincerlo a sposarsi laggiù, nella cittadina di Heiberger, nella casa dei suoi genitori. Sweet Home Alabama.

Martin Luther King Jr. e la moglie Coretta Scott in testa alla marcia di Selma, Alabama

Ma l’Alabama non era posto per gente come i King, non era posto per i neri. L’avevano capito gli Owens, figli di raccoglitori di cotone, quando nel 1922 avevano portato i dieci figli, tra cui il futuro olimpionico Jesse, “au nord”, come direbbe nelle sue canzoni il francese Pierre Bachelet. Jesse correrà a Berlino, ma in quel momento corre insieme a quasi un milione e mezzo di afro-americani, verso il traguardo di una vita migliore.

Un giorno la sarta Rosa Parks si siede nei posti riservati ai bianchi in un bus di linea nella capitale dello stato Montgomery, e si rifiuta di spostarsi. Viene insultata dai cittadini bianchi, portata nel commissariato di polizia. Martin, mettiamola così, non la prende per niente bene. Il reverendo King ingaggia una battaglia contro il governo statale, rivolge appelli al Presidente Lyndon Johnson per emancipare nella società gli afroamericani, guida americani non considerati tali da Selma all’Alabama State Capitol, dove tiene un discorso che cambierà per sempre la storia degli Stati Uniti. (Video del discorso).

Nel 1982 i cartelli “Whites Only” non ci sono più sui bus, sulle panchine, sulle fontanelle, ma quelle ferite cariche di tensione, paragonabili solo al post Apartheid in Sudafrica, ci sono eccome. Le leggi le hanno fatte e hanno dato diritto di voto ai neri, ma il razzismo e la disuguaglianza rimangono più forti che mai.

E’ luglio, e in quella stessa Montgomery, Quence e Stephanie Taylor salutano la nascita del figlio Quence Donell II e, ventidue minuti più tardi, di Quency Ronell.

Fin da bambini i due sono inseparabili: giocano a pallacanestro insieme, vanno a scuola insieme e vestono gli stessi abiti. Non è raro che uno completi il ragionamento dell’altro. In campo, nella palestra della Sidney Lanier High School, Donell e Ronell si intendono a occhi chiusi. Il titolo del 6A State Championship può solo seguire, ma troppo poco per strappare la chiamata di un college di prima divisione. L’Alabama, diciamocelo, non è proprio il posto preferito dagli scout: è uno stato povero, di talento e di risorse, e vedere che il suo nome è tenuto alto da “Alabama Slam” Hardcore Holly, un wrestler, negli anni 2000′ è emblematico.

I gemelli Taylor in maglia UAB

Per studiare e continuare a giocare a basket bisogna spostarsi da casa: si va in Florida, nella coloniale Valparaiso, Okaloosa-Walton Community College, un junior college dove, se hai buoni voti, puoi sperare di fare il grande salto. Dopo due anni nel Sunshine State, l’University of Alabama di Birmingham del profeta in patria Mike Anderson riporta a casa i Taylor. E il pubblico li adora, tanto da mettere in vendita una bobblehead dedicata ai due gemelli. Donell guida i Blazers al Torneo NCAA in tutte le sue tre stagioni al campus dei gialloverdi, con il picco delle Sweet Sixteen nel 2003-04, dopo aver eliminato una #1 Kentucky guidata da Chuck Hayes, Kelenna Azabuike e Erik Daniels, futuri NBA.

Dopo essersi laureati in Storia, sia Ronell che Donell nutrono speranze di venire scelti al Draft NBA 2005, segnato dalla stella di Wake Forest Chris Paul, ma questo non avviene. Le strade dei due gemelli, cresciuti insieme passo dopo passo fino a quel momento, si separano.

I Washington Wizards di Gilbert Arenas e Caron Butler, un pozzo di genio e sregolatezza all’ombra del Campidoglio, decidono di dare una chance a Donell, catturati dal suo stile di gioco fatto di puro talento e tanta tanta personalità, capace di risolvere i guai della squadra in pochi secondi. Ronell atterra in Slovenia, per giocare nel Geoplin Slovan, squadra satellite dell’Olimpija Lubiana.

Taylor in maglia Washington Wizards

Nella capitale, Taylor scende in campo 98 volte in due stagioni (2005-2007), trovando pochi minuti e non avendo mai realmente la chance di mettere in mostra il proprio talento. Perché Donell il basket lo vedeva in un modo tutto suo, diverso da tutti gli altri, quasi fosse una sfida contro le leggi della fisica e l’ortodossia del basket. Quel tiro pareva una catapulta, ma incredibilmente riusciva a far sentire solo il rumore della retina dalle posizioni più improbabili. E quel cambio di mano? Ah, quel cambio di mano…

 

Dopo un provino fallito con i Charlotte Bobcats, Donell sbarca in Europa, ma il suo gioco non viene capito e nessun allenatore riesce a trovargli una dimensione che si adatti al bene della squadra. Maroussi, Ostenda, Egaleo per poi tornare a vivacchiare fra D-League americana e Venezuela, in seguito all’ennesimo taglio prima dell’inizio della stagione NBA, ancora per mano dei Bobcats.

Miglior marcatore nell’anno del ritorno in A

Donell Taylor riceve la chiamata di un tale Marco Crespi, che vuole portarlo a Casale Monferrato, in Legadue, per completare un roster che può puntare alla promozione: Fantoni, Pierich, Stefano Gentile, Malaventura, George, Hickman e un giovanissimo Amedeo Della Valle. Roster così oggi, al piano di sotto, non se ne vedono più.

L’americano fa vedere buone cose, ma qualcosa a aprile si rompe nell’equilibrio fra il talento e l’ambiente, con la società piemontese che ingaggia Folarin Campbell al suo posto. Casale vincerà i Playoff e otterrà la Promozione in A contro Venezia, ma nessuno, proprio nessuno, vuole correre ancora il rischio con Donell. E ve ne siamo immensamente grati…

La Reggio cestistica è a pezzi quando la canotta numero sette viene consegnata a un Taylor su cui nessuno ha osato scommettere. Ora, si potrebbe stare qui a parlare degli eventi, a riempire queste righe di dati, ma non è questo il caso. Donell ci ha conquistato con la sua energia, con la sua volontà di non mollare mai, con le sue giocate emotive. Ricordo un rimbalzo catturato a Bologna seguito da due punti fondamentali per la Serie A, ricordo quella prestazione di Gara 6 con Roma, quando uscì anzitempo per falli, ma indicò la scritta Reggio Emilia sul petto.

Donell è stato il miglior marcatore della stagione del ritorno in A, è stato il nostro leader, il nostro volto. Il volto di una città ambiziosa, vogliosa di continuare a sognare, di prendersi le sue rivincite, proprio come il cestista dell’Alabama, troppe volte rifiutato o incompreso. Sul parquet del Bigi, Taylor aveva le chiavi e la licenza di osare, quando voleva: quante volte ci ha fatto imprecare per soluzioni apparentemente prive di senso, ma quante volte ci ha salvato con canestri di talento puro. Dopo un anno a Venezia, richiamato, ha avuto l’umiltà di mettersi al servizio della squadra, in un ruolo diverso, e la professionalità di dare il massimo, seppur consapevole che il suo contratto bimestrale non sarebbe stato prolungato.

Cosa sarebbe successo se in quella finale avessimo potuto contare su Kšyštof e Donell nessuno lo sa…

Taylor è stato il simbolo di una Reggio immersa in un sogno, della Reggio operaia e della piccola Reggio che scala un campionato, diciamocelo francamente, ben più difficile di quello attuale. Magari un giorno torneremo a sognare di espugnare la Capitale, di vincere a Milano, di abbattere gli avversari come i birilli del bowling tanto amato da Donell in casa nostra. “Protect our house” era un mantra, allora. Al palazzo si viveva un atmosfera che è difficile descrivere, in cui pareva di toccare il cielo con un dito.

E boati come quelli che seguivano le triple estemporanee di Donell io non ne ho più sentiti…

Dalla Legadue all’Eurocup. “We are made by history”, lo diceva Martin Luther King, e questo ragazzone un po’ pazzo, ma espressione più pura dell’Elogio alla Follia di Erasmo, fa parte della nostra storia.

The only difference between a good shot and a bad shot is if it goes in or not.” sosteneva il suo conterraneo Charles Barkley…

Quence Donell Taylor II, un americano che a Reggio ha trovato sè stesso.