DRAZEN

Sei repubbliche, cinque nazioni, quattro lingue, due alfabeti e UN Tito.
Questo è il singolare riquadro della federazione degli Slavi del Sud guidata dal maresciallo Josip Broz, che nel 1961 ha fondato nella capitale Belgrado il Movimento dei Paesi non allineati affrancandosi dall’influenza sovietica.
Tito è un croato di Kumrovec, il più grande croato della storia dopo i re Zvonimir e Krešimir, che cederanno il proprio nome ad altri due eccelsi croati: Zvonimir Boban, il miglior calciatore nella storia del paese balcanico, e Krešimir Ćosić, funambolo indiscusso della pallacanestro…perlomeno fino ad allora.

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Nel Cibona col fratello Aleksandar

Nel 1964 a Šibenik l’umile famiglia Petrović, l’ufficiale di polizia Jovan e la bibliotecaria Biserka, festeggia la nascita del secondogenito Dražen, che si va ad aggiungere a un altro maschio, di cinque anni, Aleksandar.
In un paese di differenze, ad unire le etnie della Jugoslavia sono Tito e uno sport, il basket.
I giovani jugoslavi trascorrono le proprie giornate al campetto cittadino a sognare di emulare le imprese delle tre stelle del momento Ćosić, croato, Dalipagić, serbo di Bosnia, e Delibašić, musulmano di Sarajevo. I due fratelli Aza e Draž non fanno praticamente altro e il copione è sempre lo stesso: il più grande batte quasi sempre il più piccolo, che quindi passa di conseguenza ancora più tempo con la palla a spicchi ad allenarsi per battere il fratello. Dražen è così concentrato su questo sport che narrano che a scuola fosse uno studente abbastanza distratto: non appena suonava l’ultima campanella correva via…verso il campetto, ed era possibile trovarlo lì finché non calava il sole, mentre in casa metteva delle sedie nel corridoio e le dribblava.
A tredici anni entra nelle giovanili del Šibenik, e addirittura a quindici esordisce in prima squadra nell’anno in cui si aprono per la cittadina croata le porte della Prima Divisione.
Petrović non ha inizialmente un gran tiro, anzi si guadagna pure un soprannome per le sue tabellate, ma è un giocatore intelligente, profondo conoscitore del gioco, uno che la palla la tratta e la passa trattandola come una donna al primo appuntamento.
A diciotto anni Dražen ha già condotto la propria città a due finali consecutive di Coppa Korać nel 1982 e nel 1983, entrambe perse contro i francesi del Limoges che nel 1992 vinceranno la Coppa dei Campioni al Pireo.
Sempre nel 1983 si consuma il duello Petrović-Delibašić nella finale del campionato jugoslavo: Petrović segna due tiri liberi che regalano il successo inaspettato al Šibenik, ma la federazione denuncia irregolarità e assegna il titolo al Bosna Sarajevo di Delibašić.
Dražen, angelo fuori dal campo ma diavolo quando si gioca, raggiunge il fratello Aza al Cibona Zagabria, il club più importante di Croazia: ha compiuto un lavoro incredibile sul proprio tiro, ora è quasi una macchina da punti inarrestabile.
Toni Kukoč, altra stella croata della Jugoplastika Spalato, ricorda:”Era l’unico giocatore capace di determinare da solo l’esito di una partita, e allora ti domandavi: voglio guardare questa partita o voglio giocare questa partita?”.
È l’epoca d’oro del basket jugoslavo che sta coccolando ed allevando una generazione di giovani talenti provenienti da tutte le nazioni della Federazione, percorsi da un cameratismo molto vicino a un qualcosa come la fratellanza: dalla Serbia provengono Vlade Divac, Zarko Paspalj, Zeljko Obradović, Sasha Danilović; dalla Croazia Petrović, Rađa, Kukoč e Vranković.

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Contro i Celtics con la maglia del Real Madrid

Gli Ustascia croati durante la Seconda Guerra Mondiale avevano massacrato i serbi, e i Cetnici serbi si erano di conseguenza vendicati brutalmente: questi ragazzi della pallacanestro non erano croati o serbi allora, ma fratelli jugoslavi.
Petrović trascina il Cibona alla sua prima ed unica Eurolega, in una partita segna la bellezza di 112 punti…straordinario.
Nel 1988 si tengono le Olimpiadi di Seoul e c’è molta fiducia nella nazionale jugoslava, che negli anni scorsi è andata in crescendo collezionando diversi bronzi nelle competizioni importanti.
I ragazzi terribili giocano una pallacanestro spumeggiante, contagiosa, divertente e soprattutto di squadra: non c’è nessuno che spicchi sugli altri, pare quasi che questa squadra possa giocare ad occhi chiusi.
Solo l’Unione Sovietica di Sabonis e Marčiulionis riesce a fermare in finale la Jugoslavia, ma è solo questione di tempo.

[2010 -- ESPN Films 30 for 30 -- Once Brothers -- The gripping tale of Vlade Divac (l) and Drazen Petrovic, how circumstances beyond their control tore apart their friendship, and whether Divac has ever come to terms with the death of a friend before they had a chance to reconcile.] *** []
Con l’amico Vlade Divac, centro serbo.

Nel 1989 la Jugoslavia ospita l’Eurobasket a Zagabria e raggiunge agevolmente la finale con una pallacanestro che Aza Petrović definisce “The real showtime“: i veri trascinatori sono Dražen, passato al Real Madrid e scelto al secondo giro del Draft NBA dai Portland Trail Blazers, e il pivot del Partizan Vlade Divac.
In finale viene demolita la Grecia di Nikos Galis e Panagiotis Giannakis senza mezzi termini, tant’è che Radja dirà che quei giorni furono i più spensierati delle loro vite.
Petrović, insieme al migliore amico Vlade Divac scelto dai Los Angeles Lakers, decide che è tempo di provare che può essere un grande campione anche al di là dell’oceano.
Le cose, però, si sa, non sempre vanno come si spera…
Il “Mozart dei canestri”, un giocatore capace di segnare 20, 30, 40 punti in una partita in Europa, viene impiegato pochissimo dall’allenatore di Portland Rick Adelman, segnando solamente 7.4 punti di media.
Dražen sfogò tutta la propria frustrazione nei Campionati Mondiali in Argentina, dove la Jugoslavia era chiamata a confermarsi.
Gli Slavi raggiunsero agevolmente la semifinale, dove dovettero affrontare una delle ultime compagini collegiali degli Stati Uniti guidata da Christian Laettner, Alonzo Mourning e Kenny Anderson.
Gli Americani commisero l’errore di sottovalutare decisamente la compagine balcanica e furono sconfitti: il grande movimento del basket americano si rese conto allora che forse era meglio permettere di partecipare anche alle stelle NBA statunitensi. Quella notte nacque l’idea di creare un Dream Team.
Per la Jugoslavia in finale un match che sapeva di rivincita contro l’Unione Sovietica sull’orlo dello smembramento, un po’ come la Jugoslavia in fondo.
Questa volta i ragazzi terribili di Ivković ebbero la meglio, ma durante i festeggiamenti avvenne un fatto che cambiò la vita di Dražen per sempre.
Durante i festeggiamenti alcuni tifosi invasero il campo, tra questi uno con la bandiera nazionalista croata, con lo scudo utilizzato dagli Ustascia di Ante Pavelić.
Dopo la morte di Tito nel 1980, i nazionalismi erano rinati nella Jugoslavia, in particolare quello croato nella persona di Franjo Tuđman, ed era ormai palese che le tensioni si sarebbero presto incanalate in una lotta unilaterale per l’indipendenza.
Vlade Divac, il miglior amico di Dražen e serbo, strappò la bandiera dalle mani del tifoso e la lanciò via, al suolo.
Dražen non rivolse quasi mai più la parola a Vlade, che dichiarò di aver compiuto quel gesto per mostrare una Jugoslavia unita, non serba nè croata.
<<Ci vuole per costruire un’amicizia, ma per distruggerla basta poco.>>.
L’anno seguente i Blazers aggiunsero al proprio pacchetto guardie, formato da gente come Clyde Drexler, Terry Porter e Danny Young, il veterano ex Celtics Danny Ainge.
Dražen reagì allenandosi sempre duramente, non mollando mai, cercando in ogni modo di dimostrare che giocatore era: Danny Ainge ricorda che una volta passò il lasso di tempo fra un allenamento e l’altro allenandosi su una cyclette.
Dopo non essersi impiegato in 20 partite su 38 nella stagione, Dražen Petrović venne coinvolto in una trade e finì ai New Jersey Nets, dove finalmente riuscì ad ottenere un discreto minutaggio segnando 12.5 punti a partita.
L’anno seguente i Nets furono trascinati ai Playoff, a cui non partecipavano dal 1986, da Petrović, Coleman ed Anderson, col cestista croato leader indiscusso del team, capace di segnare 44 punti in faccia a Jordan facendo trash talking in più lingue.
Petrović era uno che si faceva esaltare dalla sfida, più l’avversario era forte più lui si caricava ed era determinato a batterlo.
I Nets furono eliminati, e Petrović tornò in una patria molto diversa da quando l’aveva lasciata.
Il 25 Giugno del 1991 Franjo Tuđman e Milan Kučan dichiarano l’indipendenza di Croazia e Slovenia dalla Jugoslavia.
Milosević, leader della Serbia, non ha intenzione di lasciare andare le due repubbliche: l’Armata Nazionale Jugoslava invade la Slovenia e dopo nove giorni di guerra si firma un armistizio che riconosce l’indipendenza della Slovenia perché “puramente etnica”.
In Slovenia infatti ci sono poche minoranze di Serbi, mentre in Croazia la Slavonia e la regione di Knin sono abitate in maggioranza da Serbi.
La guerra con la Croazia si protrae lungo diversi fronti, la città di Vukovar è quasi rasa al suolo.

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Jordan vs Petrovic: il basket in una foto

La Jugoslavia viene sospesa dalle competizioni sportive da una risoluzione ONU, alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 ci va l’Indipendente Croazia, guidata da Rađa, Kukoč, Petrović e Komazec.
Il girone è composto da Brasile, Germania, l'”ospitante” Spagna, Angola e soprattutto gli Stati Uniti, quelli veri questa volta.
Jordan, Bird, Malone, Stockton, Johnson, Ewing, Barkley, Drexler, Mullin, Pippen, Robinson e l’anonimo Laettner, autore di un buzzer per far vincere l’NCAA a Duke University.
Contro ogni pronostico i croati, che combattono con la loro nazione sul petto,
superano il proprio girone al secondo posto ed affrontano ai quarti l’Australia, che battono, raggiungendo la semifinale olimpica contro la Comunità degli Stati Indipendenti, erede a metà dell’Unione Sovietica che affrontò più volte la Jugoslavia negli anni 80′.
Petrović segna 28 punti e Radja ne infila 19: finisce 75-74 in una partita tiratissima, ma la Croazia è in finale.
La finale è una lotta tra Davide e Golia, Croazia contro Stati Uniti…il mondo osserva.
Petrović lotta, è l’ultimo a mollare, guida i compagni, li sprona, accetta la sfida e pur un momento domina da solo gli statunitensi, ma il Dream Team è troppo forte, finisce 117-85 seppur all’intervallo il punteggio fosse 56-42.
Petrović ne ha segnati 24, Jordan 22.
Dopo l’Olimpiadi, Petrović si afferma ulteriormente in NBA segnando 22.5 punti a partita, venendo inserito nel Terzo Quintetto NBA e venendo però incredibilmente escluso dall’All Star Game, coi Nets eliminati dai Cavaliers.
Petrović non si ferma un attimo, decide di tornare in Europa per la sua Croazia, per giocare le qualificazioni all’Eurobasket.
Guida i connazionali alla vittoria in Polonia in scioltezza: i compagni di squadra, gli amici di una vita, si imbarcano sull’aereo che da Varsavia li riporterà a Zagabria, Dražen sta salendo gli scalini dell’aereo quando ecco arrivare la fidanzata Klára Szalantzy, futura signora Bierhoff, e una sua amica cestista turca.
Dražen scende gli scalini, sale su una Golf VW, Klara si mette alla guida, Dražen sul sedile posteriore, la cestista turca dietro: raggiungerà i suoi compagni a Zagabria facendo il viaggio in macchina.
La stanchezza si fa sentire, Dražen si addormenta, Klara continua a guidare lungo la Germania Federale sotto una pioggia incessante.
L’Autobahn 9 sale, sale, sale…in cima all’improvviso spunta un camion che sta cercando di evitare una collisione davanti a sè: la Golf lo tampona e si accartoccia su sè stessa.
Klara e la cestista turca sono gravemente ferite, vengono portate via, i medici provano a rianimare Dražen, ma invano: il Mozart di Sebenico lascia questa terra a soli 28 anni.
Era il 7 Giugno 1993.
I compagni si disperano, sono increduli, tutto pare senza senso…
Gli amici più stretti si precipitano sul luogo, i tedeschi hanno messo Petro in una bara troppo stretta deturpandone il cadavere, Stojko Vranković furioso per l’amico tenta di strangolarne uno.
Pochi giorni dopo in una Zagabria segnata dalla guerra si tengono funerali di stato in un atmosfera surreale, in cui Vlade Divac non può partecipare perché serbo: potrà visitare la tomba dell’amico mai ritrovato solo nel 2012.
Il 7 Giugno è lutto nazionale in Croazia, che piange il suo figlio più grande, tanto amato quanto ammirato in campo, un ragazzo buono che viveva per la pallacanestro e per gli altri, un angelo nella vita un diavolo in campo.
Ivanišević gli dedicherà la vittoria di Wimbledon nel 2001, la città di Zagabria gli intitolerà l’arena cittadina.
Dražen era uno fra tanti, un ragazzo umile sempre rimasto tale, uno che vedeva la pallacanestro come una passione e non come un lavoro, uno che difendeva la propria nazione in lungo e in largo, uno che credeva nell’impossibile, nell’amore per un gioco e nei suoi valori.
Grazie di tutto Draž.

Non era il più forte all’inizio, ma la sua determinazione gli ha fatto vincere ogni battaglia, anche quella contro la morte, rendendo la sua persona e la sua eredità immortali.

Autore: Andrea Russo