Fly Dawan Fly

“Fly Eagles Fly, on a road to victory. E – A – G – L – E – S! EAGLES!”

Non esiste, probabilmente, una rappresentazione più precisa ed esemplare della storia di Philadelphia dell’ultimo Super Bowl, il Super Bowl LII giocato a Minneapolis, nel freddo Minnesota, dagli Eagles, resi immortali dal film “Invincible” che racconta la storia dell’italo-americano Vince Papale da barista part time a giocatore NFL, e dai Patriots. 0 Super Bowl Philadelphia, 5 la New England di Brady. Davide contro Golia, ancora una volta.

Philadelphia, del resto, è sempre stata una città operaia, industriale, costruita da una gente che si è sempre dovuta alzare ogni mattina e correre come la gazzella che scappa dal leone nella savana… Ed è proprio così, perché quell’Invincible, con Mark Wahlberg, è stato girato proprio da lui, dall’uomo che con due guantoni da boxe ha resto immortale la città dell’amore fraterno. Sylvester Stallone ha scelto proprio Philly come set per la storia di Rocky Balboa, un Italian-American figlio di quella Ellis Island che nelle sue vene non ha mai dimenticato, tant’è che nei suoi modi ricorda in tutto e per tutto un figlio della Philadelphia povera che passo dopo passo, dal nulla, arriva sotto i riflettori, tracciando l’anima dei suoi cittadini. Contro ogni avversità, against all odds. Apollo Creed, Clubber Lang, Ivan Drago e infine la lotta di Rocky, che non si arrende alla vecchiaia. A Philadelphia story. E a 50 anni corre, ancora, sui gradini della scalinata Rocky Steps proprio come quel giovane Italian Stallion…

Philadelphia Museum of Art pieno, qualche giorno fa, delle grida di una città intera che, dopo aver subito per anni gli sbeffeggi dell’intera NFL, celebra il giorno che non doveva arrivare mai. Glory has come, Philly.

Negli Stati Uniti, se ci pensate, non esiste, tralasciando New York e Little Italy, una città più italiana di Philadelphia. Rocky Balboa, Rollie Massimino e Villanova, più di recente Ryan Arcidiacono e Marco Belinelli… La città, tuttavia, ha un legame ancora più stretto con Reggio Emilia, perché, <<a long time ago>>, il “piccolo Kobe” abitò a Montecavolo per seguire il padre, quel Jelly bean che l’NBA l’aveva vista davvero ma che pagava la fama di essere uno “poco duro”, su cui non si poteva fare affidamento. Fama che gli aprì le porte di Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e infine Reggio Emilia, dove si cala completamente nella vita cittadina, tanto che Kobe, due anni fa, ricordava ancora i giorni in cui girava in bicicletta per il centro e quando Joe Bryant lo portava al Mirabello a vedere il soccer.

Esiste un altro, però, che proprio come gli Eagles è dovuto partire da zero per arrivare alla gloria. Nato, anche lui, nella città dove i Founding Fathers fanno gli Stati Uniti il 4 luglio del ’76.

Qui, il 10 febbraio 1982, nasce infatti Dawan Robinson, uno che già da bambino va ai playground di Germantown a giocare interminabili one-on-one con suo padre. In soli tre anni di high school, alla Martin Luther King, segna 31.5 punti di media, che, però, paiono non bastare per attirare le sirene degli scout NCAA su D-Rob. Siamo pur sempre a Philadelphia, ricordatelo… Così, Dawan ascolta il consiglio della madre e per il suo anno da senior si sposta al Maine Central Institute, a Pittsfield, quasi nove ore di auto da Philadelphia che però, in un batter d’occhio, compiono la magia di metterti sulla mappa collegiale, precisamente a Kingston, Rhode Island.

Con i Rams di coach Jim Baron e del figlio, il cecchino Jimmy (ex Virtus Roma), Dawan trascorre gli anni dal 2002 al 2006, guadagnandosi, per le sue movenze col pallone, il soprannome di “Bounce Wit Me” (che gli vale anche un giro al tour dell’AND1). Nonostante nella stagione da senior venga nominato nel miglior quintetto dell’Atlantic 10 e una reputazione da duro (fu anche sospeso per qualche gara dopo un piccolo scontro in un bar), i GM NBA non si capacitano di come un giocatore come Dawan possa avere un impatto minimo nella Lega. Così, nella notte del Madison Square Garden dove Andrea Bargnani viene chiamato per primo, il nome di Dawan non esce… Undrafted, class of 2006. Desaparecido en los Estados Unidos.

La grande occasione, tuttavia, arriva qualche giorno più tardi quando Robinson si aggrega per la pre-season ai Los Angeles Clippers. E chi se non loro, gli underdogs per eccellenza, poteva scommettere sull’uomo di Philly… Dawan può finalmente misurarsi contro i giocatori che guardava in tv, ma, proprio sul più bello, appena prima dell’inizio della stagione, i Clippers lo tagliano. Free Agent, again.

Bisogna emigrare Oltreoceano e si va a Limoges, dove il viaggio da professionista prende il via, per poi passare al modesto Slask Wroclaw, in Polonia. La carriera non decolla, i minuti non sono tanti, ma un giorno ecco la chiamata che ti cambia la carriera. Dall’altra parte del telefono c’è Andrea Trinchieri, appena nominato capo allenatore della Prima Veroli, in Legadue, l’uomo che, dopo aver firmato un rookie undrafted di nome Kyle Hines, vuole Dawan come play titolare dei frusinati. Sette anni dopo si risentiranno in circostanze un po’ diverse…

In Ciociaria D-Rob, nonostante alcuni problemi fisici, fa intravedere il suo potenziale, tant’è che nella sua seconda stagione (2009-10) a febbraio passa alla Reyer Venezia, salvo poi essere tagliato dagli orogranata per i sopracitati problemi fisici. Punto e a capo, ancora una volta.

Si riparte dalla Pennsylvania che può chiamare casa, dalla laguna veneta al lago di Erie, in quella D-League che all’epoca ha ancora un briciolo di competitività rispetto al circo di individualità di oggi. Con i locali Bayhawks Dawan gioca bene, tanto che mette gli occhi su di lui una squadra emiliana che ha bisogno di un nuovo play, dopo le tribolazioni di Smith e Fultz, per salvarsi dall’incubo dei dilettanti. Le strade di Reggio e di Philadelphia si incrociano, tanti anni dopo.

Al suo arrivo a Reggio, nel gennaio 2011, Dawan tuttavia ha tutto fuorché un impatto immediato, a tal punto che il suo modo naif di interpretare il basket non piace così tanto in via Guasco. C’è addirittura chi lo chiama “l’Ubriaco” perché quando sembra accellerare rallenta, quando sembra entrare in penetrazione, fa un palleggio e torna indietro…e i secondi sul cronometro passano. Insomma, <<ciondola senza logica. Cosa ci avranno visto in lui poi guarda…>>. E invece…

Lentamente, soprattutto dopo una partita persa con Rimini all’ultimo secondo con Dawan che manca il tiro della staffa, Robinson prende in mano la squadra e la conduce alla salvezza, proprio nella sfida decisiva contro Veroli, la sua ex squadra, guadagnandosi così la conferma per un’altra stagione sotto Max Menetti, l’uomo che aveva sostituito quel Fabrizio Frates che lo aveva portato a Reggio grazie al suo ex coach Jay Larranaga.

La stagione 2011-12 è un’annata incredibile, un anno che vale per quattro. Dawan da’ tutto, Dawan è il cuore dei tifosi biancorossi del Collettivo sul parquet. Sgomita ed è sempre l’ultimo a mollare. Sempre. Gli avversari lo credono lento, ma quando entra in penetrazione con la sua forza (non solo muscolare, ma anche di volontà) arriva sempre al ferro. Il suo tiro? Dai, ma avete visto quanto ci mette lo stopperanno… Quella palla, invece, compie una parabola perfetta. Tre punti. E in difesa? Un muro come i guantoni di Rocky davanti ai colpi di Drago. La fotografia perfetta del suo anno biancorosso è quando, nella partita contro Imola che vale una promozione in A, prende un pugno ed esce dal campo, per poi rientrare durante i festeggiamenti, tenendosi del ghiaccio sul viso, solamente per baciare quel trofeo per cui aveva dato anima e corpo insieme all’altro Blues Brother Donell Taylor.

Ormai, Dawan era un reggiano a tutti gli effetti, amante della nostra cucina e del parlare con le persone (chiama ancora oggi affettuosamente Vittorio Dalla Salda “nonno”). E’ stato un peccato, lasciatecelo dire, che la sua avventura in Emilia si infranga su un guard rail dell’A1 mentre era diretto a Milano dopo la festa promozione… Quelle ferite al braccio, infatti, gli impediranno di lottare in A1 con Reggio e di entrare, ancora di più, nella storia di un club dove sarebbe rimasto per molti anni, come il Professore.

Riprenderà a giocare a Francoforte, poi ci saranno Netanya, Varese, il titolo tedesco con Trinchieri a Bamberg, Torino, Lubiana e infine l’ultimo ballo la scorsa stagione a Verona, in A2, ma il finale doveva essere diverso… A dirigere questo film ci vorrebbe Stallone.

Sarebbe stato giusto che un giocatore che ha amato Reggio come una seconda pelle avesse avuto l’opportunità di tornare di nuovo, un giorno, al PalaBigi (Reggio ha affrontato Varese e Torino con Dawan in trasferta) da quegli Stati Uniti dove sta vivendo la sua famiglia. E allora il PalaBigi si alzerà e virtualmente ognuno alzi ancora una volta il cinque come a dire <<You got it Dawan, you got it! You’re one of us Dawan. Forever.>>.

Questo sarebbe il finale perfetto, con Dawan in mezzo al parquet con le braccia alzate, proprio come Rocky che saluta la sua gente, che ritrova la sua terra. <<Gonna fly now. Gonna fly, fly, fly.>>.