Grissin Bon, che ti succede?

36. I giorni trascorsi dal sublime trionfo del PalaDozza sull’invicibile Milano.

L’ultima volta a memoria d’uomo in cui la fame di vittoria, nata dall’empatia fra Reggio e la sua gente, ha conquistato i 2 punti, senza Amedeo e senza Stefano…ben 36 giorni fa, nel giorno di Santo Stefano, nel Boxing Day.

Un’altra “Bloody Sunday”, ieri, per i tifosi e gli atleti biancorossi, in una domenica cestistica che pareva destinata a un esito diverso.

Il momento che attraversiamo ci dice che quella serata bolognese “da annali” è stato il “canto del cigno” dell’epoca d’oro della Pallacanestro Reggiana del nuovo millennio, umile nella propria indole, pur ambiziosa, e amante raffinata in un rapporto reciproco, basato sul binomio “ti trascino-mi trascini”, col proprio pubblico. La nave costruita con “lacrime e sangue” in questi anni, agli occhi degli esterni, è stata pesantemente cannoneggiata, di battaglia in battaglia. La truppa ha perso le proprie certezze, i riferimenti che le avevano permesso di diventare una Cenerentola al grande ballo, e il morale, nonostante lo sforzo dei ragazzi, ne ha risentito tremendamente, deprimendo il legame profondamente personale, mistico e passionale col pubblico del PalaBigi e dei suoi nuovi seggiolini, divenuti ad un tratto troppo comodi e virtualmente troppo distanti dai 5 sul parquet.

Sarebbe stupido non ammettere che queste settimane rappresentino la puntata più negativa della nostra storia dalle porte girevoli del 2011, col suo “valzer hippie” tra Romel Beck, Joel Salvi, Troy Ostler, Marko Tušek (in prova), Joe Troy Smith e il GM Pierfrancesco Betti.

Questa crisi, prima che di risultati, è soprattutto d’identità.  La squadra, nelle ultime stagioni, si è sempre mantenuta in posizioni d’alta classifica, centrando i risultati più importanti della storia biancorossa e mantenendo pressoché inviolato il Bigi nella Regular Season, perciò questa serie di stop improvvisi, in controtendenza rispetto agli obiettivi di questa stagione, ha messo la Grissin Bon in una situazione inaspettata, nuova per questo gruppo abituato a stare in alto.

Lo dicono i numeri (6 sconfitte nelle ultime 7 gare), lo testimonia la difficoltà dei nostri ragazzi  a replicare il gioco che ha fatto le nostre fortune negli ultimi anni.

Un cantiere aperto la nostra Grissin Bon, dalla fisionomia non ancora definita fra porte scorrevoli (Lešić è in partenza, Rimas e Reynolds sono appena arrivati) e la presenza fissa della dea ellenica Sfortuna, che ormai ha preso residenza fissa in via Cassala.

Ieri ci abbiamo provato, in Sardegna, con un grande primo tempo in cui ci siamo affidati completamente ad un grande Amedeo Della Valle (forse accentrando troppo in alcuni casi), ma nella ripresa sono riemersi le perenni difficoltà, che, in parole concrete, sono la gestione del playmaking del team, la mancanza di un alternativa al tiro da 3 punti (Cervi è in decisa ripresa dopo i problemi infiammatori e va cercato di più) e l’assenza di un 4 versatile nel nostro reparto lunghi, nonostante la grande energia e il buon impatto di Reynolds, apparso affamato e voglioso di mettere le proprie caratteristiche al servizio del team, proprio ciò di cui necessita questa squadra in questo momento.

La serie di quattro sconfitte consecutive ha portato la truppa di Menetti dal terzo posto al quinto in coabitazione con Torino e Capo, aggiungendo a un vaso traboccante anche la preoccupazione di restare all’interno delle posizioni Playoff.

Come Napoleone a Lipsia, siamo accerchiati da formazioni emergenti (ben 5 inseguitrici sono a 16 punti, a -2 dai biancorossi), galvanizzate dall’entusiasmo nATP dal superamento di un momento negativo, vedi Brescia, Brindisi e Trento. Una situazione differente da quella della Grissin Bon.

 

Il rischio di non partecipare ai Playoff è un fattore da prendere seriamente in considerazione, che lo si voglia o meno… è necessario essere realisti e cercare di gettare le basi, insieme alla squadra, per uscire da questa situazione.

 

La nave con lo stendardo biancorosso, danneggiata nelle sue vele e feriti nell’orgoglio i suoi marinai, naviga con vento forte e mare in tempesta verso la gara del 6 febbraio contro Brindisi, nel nostro fortino. Nelle nostre acque dovrà essere una vera battaglia, dove dovremo ritirare fuori le vecchie spade, i vecchi cannoni e la vecchia, cara, “Faccia Cattiva”.

Di fronte avremo un roster molto sottovalutato, guidato da Meo Sacchetti (Ancora tu?), rafforzato da M’Baye, lungo versatile che potrebbe infastidirci, e da un reparto guardie “corri-e-tira”, dove ha fatto il suo ingresso il giovane talento sloveno classe 97′ Blaž Mesiček, scuola Olimpija Lubiana, proprio come il Dragić milanese.

Tutto il nostro ambiente è orfano, come un amante della propria amata perduta, di quella mentalità aggressiva in cui si riconosceva, forte espressione della sua indole cittadina intraprendente, umile ma ambiziosa di crescere, decisa a spellarsi le mani, sul parquet e sulle vecchie panche del Bigi, per superare le tante difficoltà. Questa è la faccia, il volto di Reggio Emilia, una città che si rifiuta di giocare un ruolo di secondo piano nella Regione rispetto alle storiche e nobili città ducali vicine.

Gioivamo agli incredibili “colpacci” di Venezia e Barcellona Pozzo di Gotto, balzavamo in piedi alle triple di Slanina e Jeremić, creavamo un inferno intorno all’ALBA Berlino, calavamo a Roma, noi di antico lignaggio celtico, in 600…

Dobbiamo riprendere a sognare, risvegliarci da questo brutto sogno. Dobbiamo credere nuovamente nella favola della piccola Reggio, forte delle sofferenze di anni e anni e memore delle proprie origini provinciali, capace di azzannare la partita, di schiacciare con fallo sulla forte Milano, urlando verso il pubblico, trascinandolo e lasciandosi di nuovo trascinare, azione dopo azione, rimbalzo dopo rimbalzo, tiro dopo tiro. Gli anni bui hanno insegnato al nostro pubblico l’umiltà, l’importanza del tifo e della propria identità, non trattabile e non modificabile dagli eventi. L’ambizione di arrivare là dove gli altri non si aspettano di vedere Reggio c’è, ma è un’ambizione consapevole, tutta reggiana.

L’anima di Reggio sarà sempre l’anima fiera di Reggio, così come l’anima della Fortitudo sarà quella della Bologna popolare e quella del Baskonia la spigolosa dell’umida e montagnosa Basca Contea. Sono fattori storici, intrinsechi, che nessuno, né gli eventi né l’orientamento dello sport moderno e “social”, potranno mai mutare.

Nel momento più difficile non sono i duri, i campioni, ma è tutta la squadra a dover giocare, forte attraverso la sua unità, unita dalla fiducia verano i compagni. E’ il mantra della “Cooperativa dei Canestri”, e senza questo la Grissin Bon è una squadra come tutte le altre.

Dalla retrocessione sfiorata nei Dilettanti è nato il gruppo della Promozione in Serie A; nel calore della Leon Štukelj Hala di Novo Mesto è nato il gruppo dell’Eurochallenge; dal -50 di Milano e dal 2-1 di Brindisi è nata la Finale Scudetto, e infine dalle sconfitte con i Lupi di Avellino è nata l’unione che ha permesso di raggiungere l’ultima Finale, nonostante l’assenza di Veremeenko.

L’eterno ritorno ci porta al 6 febbraio, il turning point della nostra stagione insieme alla gara con Capo d’Orlando, che pare aver assorbito le nostre antiche orme e il nostro vecchio entusiasmo. Una realtà all’avanguardia la squadra di Flavio Fioretti…

Se vinceremo, riassaporeremo la vittoria e rialzeremo la testa; se invece non ci riusciremo, la crisi rischia di estrometterci dai discorsi della stanza dei bottoni, con il difficile calendario (@Venezia, vs Trento, @Cantù, vs Avellino).

Dobbiamo, tutti insieme, non mollare e sostenerci, pubblico e squadra, per cercare di darci una scossa e tornare a riprendere il buon lavoro di crescita come club e piazza, che ci ha contraddistinto in tutta Italia. Ne abbiamo il potenziale e ne abbiamo il dovere.

Noi sugli spalti e i ragazzi in campo, ancora una volta.

Solo al quarantesimo, una volta esaurite le forze, il tabellone ci dirà se la nostra nave era la “USS Enterprise” o la “General Belgrano”.