I 10 stereotipi del tifoso di basket reggiano (e non solo…)

1. Il TIFOSO DELLA CURVA

Rappresenta il cuore pulsante della tifoseria organizzata. Canotta d’ordinanza, preferibilmente di una decina d’anni fa e maglietta a mezze maniche per coprire – invano – l’ascella incolta. I veterani indossano l’occhiale da sole. Durante la pausa lunga eseguono l’attività motoria della settimana dirigendosi al bar e rientrando al loro posto, tronfi, con almeno un paio di birre (rigorosamente nel bicchiere di plastica) in mano. Ultima doccia completa ai playoff dell’anno scorso.

2. LA MOGLIE ACCOMPAGNATRICE

Le riconosci ancor prima di entrare al palazzetto. Ne esistono di due categorie: quelle da sfilata e quelle da chiacchiere. Le prime sono agghindate come neanche alla prima della Scala, per sedersi al loro posto fanno almeno un paio di giri completi di campo giusto per passare inosservate. Sono state dal parrucchiere 10 minuti prima dell’inizio e indossano più gioielli del compro oro di Viale Umberto. Le seconde le riconosci perché rimangono voltate a chiacchierare per tutti i 40 minuti (più overtime se necessario). Non conoscono il nome di alcun giocatore (per non parlare delle regole) e iniziano a ricordare il nome della squadra avversaria dopo gara 7 della medesima serie di playoffs.

3. LO STORICO

Capello bianco, avanti d’età. Siede nello stesso posto dal 1906. Nonostante abbia l’abbonamento in gradinata numerata arriva al Palazzo con le usuali 3 ore d’anticipo per due irrinunciabili ordini di motivi. Primo fra tutti il parcheggio. Eh si, perché mette l’auto (normalmente una Panda 4×4 o una Punto) sempre nello stesso parcheggio, quel posto adiacente al palazzo che non ha le strisce ma che spostando appena un paio di cassonetti contiene perfettamente la lunghezza della propria autovettura (è un trucco che conoscono in 4 di cui 3 ormai passati a miglior vita). I vigili lo sanno e quando passano non pensano alla multa ma applaudono. La leggenda è tramandata da 4 generazioni di vigili urbani. Il secondo motivo, non meno importante è che la domenica pomeriggio, a casa, il tifoso storico non ha normalmente un cazzo da fare.

4. IL COMPETENTE

Non ha una fisionomia particolare. Ce ne sono di tutte le razze ma si riconoscono per i contenuti dei loro commenti. Conoscono ogni schema, gli scout di ogni giocatore, i dati anagrafici, la carriera universitaria, le statistiche, le preferenze alimentari e sessuali. Wikipedia non è aggiornato quanto loro. Normalmente il tifoso competente ha un trascorso di basket giocato nelle minors locali. A sentire loro sono arrivati quasi sempre ai margini del professionismo per poi aver abdicato in nome del lavoro o della famiglia. Inutile sottolineare che il coach al loro cospetto ha le stesse competenze del bidello della Palestra Cassala.

5. L’OTTIMISTA

Sotto di venti a un minuto dalla fine è l’unico al Palazzo che crede nella rimonta. Vede sempre il bicchiere mezzo pieno.

“Bhè, alla fine, bastano 4 triple, due recuperi, 1 persa loro, un fallo in attacco, un tecnico alla panchina e un canestro + fallo e torniamo sotto”.

Devoto della Società e dei giocatori. Riconoscente in eterno dei beniamini che ha tifato. Non concepisce i fischi e le lamentele.

6. IL BIMBOMINKIA

Ne esistono di varie gradazioni, da quello occasionale al professionista. Il professionista nella stragrande maggioranza dei casi è in cura da uno psicologo o fa uso regolare di psicofarmaci. Non si lasciano sfuggire un gadget dalla amichevole di Castelnuovo Monti. Quando sanno che ci sono i topini del Parmareggio la sera prima non dormono. Cappellino brandizzato Grissin Bon, maglietta con la caricatura di Cervi, bermuda. A fine match si catapulta a bordo campo per eseguire un tagliafuori da NBA per fare i selfie con i giocatori.

7. LA FAMIGLIA DEL MULINO BIANCO

Stereotipo di gruppo in via d’estinzione. Con i lavori di ristrutturazione del Palazzetto, infatti, sono stati ristretti a tal punto le distanze tra i seggiolini che è divenuto impossibile trovare posto per maglione figuriamoci per un bambino! Sono tifosi occasionali. Entrano sempre tutti insieme. Sorridenti, sereni, aureola in testa. Vengono al palazzo non perché siano tifosi ma perché ne sentono parlare e vogliono insegnare ai figli la cultura dello sport, la bellezza del confronto sportivo sano, l’atmosfera accogliente del Palazzetto e del pubblico appassionato di basket. Non quello becero del calcio. Si siedono, figli sulle ginocchia o in tasca, dipende dall’età del bambino. Sopra di loro è seduto “il BEDDU” (marchio registrato). Iniziato il match sentono suoni cavernicoli che nemmeno ne”L’Esorcita”, imprecazioni di ogni specie, rumori molesti. Un paio di volte si voltano per capire se dietro ci sia un essere umano o cos’altro. Tappano le orecchie al figlio che nel contempo ha imparato più in quei 20 minuti di basket di quello che potrà mai imparare in 15 anni di galera.

8. IL TIFOSO ANSIOSO

Mani sudate e ghiacciate come neanche prima dell’interrogazione al liceo. Non riesce a stare seduto perché ha troppa adrenalina in corpo. Ogni canestro si alza in piedi, esulta, soffre. Quello seduto al suo fianco è stordito come dopo 10 giri sul Tagadà. I time-out sono una librazione psicologica dalla morsa della tensione che prova con l’incessante scorrere del tempo. Sopra di 40 non riesce a far calare i battiti cardiaci che rimangono assestati sui 170-180 come in piena fase allenante. Al contrario dell’OTTIMISTA non è mai tranquillo per il risultato. Il fischio finale è una liberazione (per tutti).

9. IL FINTO GIORNALISTA

Non si riconoscono facilmente. Ma chi frequenta il palazzo li conosce. L’aspetto esteriore è quello da giornalista del Times. Ipad o PC portatile sotto al braccio, laccetto Grissin Bon appeso al quale campeggia, in bella vista, l’accredito stampa.

Entra sorridente con qualche collega o amico facendo finta di scambiarsi opinioni di basket (chi li ascolta narra che parlino solo di FI..losofia). Accede ad aree “no fly zone” salutando custodi e personale dello staff senza essere ricambiato (chi lo conosce?!). L’accredito stampa è stato fornito dalla rivista rigorosamente on-line e non registrata “SWAG state of mind” del quale curerà un articolo a fine gara. Ogni volta che siede in sala stampa un giornalista iscritto all’ordine disimpara l’uso del congiuntivo.

10. IL TIFOSO REGGIANO

Fortunatamente la stragrande maggioranza di voi (chi scrive è descritto al punto 6.) rappresenta la bellezza e l’orgoglio del nostro tifo e della nostra passione. Educato, sportivo, critico ma allo stesso tempo costruttivo, appassionato, nostalgico ma con lo sguardo rivolto al futuro. Faccia da tifoso di basket e il cuore che batte forte quando dalla curva si percepisce che sono pronti per cantare “totalmente dipendente”. A quel punto il tifoso reggiano si alza in piedi ed urla, canta, pensando alla fortuna che si ha di poter ammirare un così bello spettacolo.

Ad ogni vittoria applaude, ad ogni sconfitta applaude. Si, perché il basket a Reggio non è solo uno sport è un modo di essere, di pensare, di vivere e si applaude a prescindere.