Il Professore più amato

Si è spento nella sua casa di San Antonio, all’età di 55 anni il più grande giocatore della Pallacanestro Reggiana. Il ‘professore’, così come era conosciuto da tutti i tifosi, ha perso la sua battaglia contro il cancro, una lotta che ha provato a combattere invano per due lunghissimi anni. Arrivato a Reggio quasi per caso, ad inizio anni ’90, dopo aver disputato dieci stagioni nell’NBA (20 punti e 5.5 rimbalzi di media!), Mike ha vestito per ben 7 stagioni la maglia biancorossa, dopo esser passato da Brescia, Napoli e Tel Aviv, giocando 236 partite, arrivando a segnare oltre 6000 punti (27 di media con il 50% da due e il 40% da tre)! Un extraterrestre…

Non raccontiamo dei 51+20 del 3/12/95 a Padova per un “modestissimo” 67 di valutazione in una partita tra l’altro persa, o dei numerosissimi quarantelli, o delle sei!! volte che non ha chiuso in doppia cifra di punti, ma delle emozioni e dei brividi che ha fatto venire a tutti noi si, piacere per gli occhi e dolore alle mani per i lividi procurati dagli applausi che nascevano numerosi e spontanei.

Non correva, camminava per il campo, sempre in surplace, fisico scolpito ed attenzione maniacale ai propri fondamentali che gli permettevano di primeggiare contro giocatori più alti, o più veloci e più atletici; iniziava gli allenamenti tirando da sotto e poi allontanandosi sempre di più dal canestro, ripetendo migliaia di volte gli stessi movimenti fino alla nausea, fino a poter fare canestro letteralmente bendato. Dal vivo o rivedendo alcuni video, la sua classe abbaglia, si fatica a comprendere come riuscisse quasi sempre a centrare il bersaglio, o sarebbe meglio dire, come riuscisse a non toccare nemmeno il ferro, solo cotone…

Ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente, di stringergli la mano, sia a scuola dove ci ha raccontato parte della sua vita, e della sua battaglia vinta contro la droga, sia in palestra, perchè allora giocavo insieme a suo figlio nelle giovanili biancorosse, e probabilmente allora non mi rendevo conto della grandezza morale e tecnica del personaggio, lui che nell’NBA era uno di quelli che contava, un “califfo” da quintetto base, un all star, molti minuti e molti punti. Ma non solo. Ci sono persone che hanno attorno un’aurea particolare, speciale, e lui era una di quelle; un carisma non comune, una classe infinita.

tmp_12433-img-20161229-wa0004-18149676

Il suo tiro in allontanamento dal “mezzo post” era una sentenza, movimento caratteristico che consisteva nel ricevere la palla all’estremità bassa della zona dei tre secondi, spalle a canestro, e voltarsi repentinamente lasciandosi cadere all’indietro, fluttuare nell’aria e quindi fare partire un morbido tiro che baciava il tabellone; non era solamente un tiratore puro, ma un grande realizzatore che amava costruirsi l’azione da solo per concluderla in uno contro uno. Un rebus per gli allenatori avversari spesso impotenti davanti alle sue gesta, non a caso veniva sistematicamente raddoppiato se non triplicato, o racchiuso in una difesa a zona incapace di limitarlo.

Tanti aneddoti, racconti, canestri, uno più importante degli altri: suo l’arresto e tiro allo scadere in gara 2 contro la Benetton Treviso (78-76) con ricezione su passaggio schiacciato di Montecchi e “ciuffo”, tutto in pochi decimi di secondo. Pelle d’oca…

Alla festa dei quarant’anni della società tenutasi al Teatro Valli, nell’ottobre 2014, è stato omaggiato con un video, che definire toccante è dire poco, da alcune testimonianze come quella di Virginio Bernardi, suo coach in passato, ma prima di tutto amico (e fratello…), e ovviamente da tutti i presenti.

tmp_14846-img-20161231-wa0000-1421271065Un altro grande evento fu organizzato dalla Pallacanestro Reggiana, in un Palasport davvero stracolmo, per rendergli onore: il Mitchell Day, a cui parteciparono tutti coloro che avevano avuto la fortuna di conoscerlo da compagno o avversario nelle sue magiche stagioni italiane.

tmp_12433-img-20161229-wa0006-1421271065

Risultato della partita esibizione: una decina di minuti di applausi e lacrime, per il rispetto che si era conquistato da compagni ed avversari, per l’amore del gioco, per l’essere un campione nelle vittorie come nelle sconfitte, per la leadership che gli “stava addosso” come un vestito firmato.

Li l’ho visto l’ultima volta, poi da allora qualche notizia sparsa sulle sue condizioni, una mezza dozzina di titoli sui giornali locali, fino a quel maledetto 9 giugno 2011. Un brivido lunga la schiena e una lacrima per quelle righe che mai avremmo voluto leggere.

Un solo Professore a Reggio Emilia. Per sempre.