Impressioni di settembre

E’ necessario fare un salto indietro di ben 48 anni per tornare agli albori di questo successo che consacrò la Premiata Forneria Marconi, formazione musicale rappresentante di una sottocultura musicale chiamata progressive rock, sulla scena musicale italiana (e non solo). All’epoca, a Siena la famiglia Frosini progettava di mettere in cantiere un futuro pivot dal palmares ragguardevole; Maurizio Buscaglia, qualche chilometro di Stivale più giù, smetteva il ciuccio e la Pallacanestro Reggiana non era ancora stata fondata: vedrà infatti la luce solo qualche anno più tardi, sotto l’egida dei Magazzini Jolly. Ma questa, è un’altra storia.

Una sottocultura musicale, si diceva appunto, che se mi è consentita una forzatura vorrei accostare a quell’etichetta che ha accompagnato l’arrivo a Reggio del coach pugliese profeta, a detta di tanti (troppi, che forse dimenticano che in carriera è già stato nominato coach of the year sia nel nostro Campionato che in Eurocup), di un basket votato alla fisicità, alla bagarre, all’esasperazione della scontro sul piano fisico piuttosto che su quello tecnico e tattico. Opinioni, come quelle che accompagnavano una corrente musicale all’epoca considerata eccessivamente visionaria e lontana dai gusti del grande pubblico, ma che non impedirono alla PFM di entrare ai vertici delle classifiche più prestigiose e di esibirsi nel Regno Unito, negli Usa e in Giappone.

Le impressioni di settembre di questa Grissin Bon targata Buscaglia sono tante, alcune buone, altre meno buone, e questo a prescindere dai risultati. Non siamo ancora abbastanza squadra per vincere in trasferta a Brescia -che non a caso si è poi ripetuta con Milano- né abbiamo dimostrato di esserlo contro Trento dove ci è mancato qualcosa di troppo da parte dei nostri leader.

  • Continuità. In entrambe le contese, la squadra ha viaggiato a corrente alternata, opponendo a momenti di buona intensità e rigore esecutivo ampi tratti di down dove, con palle perse banali, conclusioni affrettate e vistosi cali difensivi abbiamo spesso dato un calcio al secchio del latte. Saper evitare questi frangenti ci consentirà di soffrire meno nei momenti di scarsa prolificità dei nostri realizzatori deputati.
  • Comunicazione. Da quello che ho visto io, questa squadra si parla ancora poco. Abbiamo cambiato parecchi interpreti, questo è innegabile, ma bisognerà migliorare in fretta sotto questo aspetto perché se è vero che il mantra del nostro allenatore è quello della lotta e dell’intercambiabilità, una buona e costante comunicazione tra i giocatori in campo è imprescindibile.
  • Mekel e Johnson-Odom. Se qualcuno dubita dello spessore del primo giocatore e non crede, nonostante sia stato più volte ripetuto, che l’israeliano è solo in ritardo di condizione, probabilmente non ha capito tanto di questo gioco.  O forse non si ricorda che l’inizio di carriera di Craft a Trento non fu certo incoraggiante. Tempo al tempo, e ne vedremo delle belle. Su DJO il discorso è più complesso, perché per un realizzatore puro come lui un conto è dover fare il salvatore della patria, un altro è inserirsi in un sistema di gioco più strutturato. Credo che, per sfruttarne a pieno il potenziale, Buscaglia dovrà ritagliargli qualche situazione di isolamento in più: il ragazzo è bravo a creare per sé, da sé… Tanto vale dargli briglia.
  • I lunghi. Se si è intravisto un punto di debolezza di questo roster, forse è proprio sotto le plance. Owens ha infatti dato l’impressione di essere un po’ leggerino lì sotto, e a parte sfruttarne la verticalità in situazione dinamica ne abbiamo visto fare poco: va bene gli alley-op, belli, ma deve essere in grado di produrre anche giocando spalle a canestro, e da rimbalzo d’attacco. Diverso il discorso per il rookie Pardon: è acerbo, ma ha mostrato dedizione e, al di là delle cifre, può solo migliorare. I margini si intravvedono, vedremo se sarà bravo a non scoraggiarsi e a prendere le misure dei nostri parquet e dei suoi occupanti.
  • Upshaw. L’impressione è che possa essere il vero ago della bilancia di questa squadra. Ha doti spiccate: la corsa e il palleggio di un piccolo, le leve di un lungo, un tiro dalla distanza più che rispettabile ma anche soluzioni in avvicinamento. Qui l’allenatore dovrà essere bravo a sfruttarle a pieno, per dargli la possibilità di scaricare a terra tutti i cavalli, senza mettergli troppa pressione addosso.
  • Gli italiani. Peppe Poeta è già entrato nel cuore dei tifosi -e ci avremmo potuto scommettere- e “Infa” lo era già per diritto acquisito. La bella sorpresa di inizio stagione è un Leo Candi carico a pallettoni, in versione trapanatore della retina. Per lui il ruolo che fu di Flaccadori nella Trento di Buscaglia? Per ora, sembrerebbe di sì… E noi ci facciamo la firma. Fontecchio deve invece accontentarsi meno del tiro da 3 e sfruttare il suo fisico possente: prima capirà che non deve essere il giocatore che vorrebbe essere, ma semplicemente il giocatore che è (vedasi Alessandro Gentile, per intenderci) e meglio sarà per tutti.

Come è ovvio non posso sapere dove ci porterà Maurizio Buscaglia, se sarà in grado di riportarci ai vertici della classifica e in quanto tempo. Ma so che il successo della PFM non è dovuto al caso, né Impressioni di settembre a un colpo di fortuna, ma piuttosto al fatto che fossero dei gran bravi musicisti. Non so nemmeno se Buscaglia è un musicista, a dir la verità. Magari glielo chiederò. Ma so che è un gran bravo allenatore e sono fortemente convinto che, al di là delle etichette, farà suonare le trombe del Bigi -parse ancora, va detto, prive di fiato- come hanno saputo fare Menetti, Lombardi, e altri suoi predecessori illustri che hanno reso grande la sottocultura un po’ progressive del basket reggiano nei suoi 45 anni di storia.