Intervista a Riccardo Artoni

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Riccardo Artoni, director of Italy di Octagon Basketball Europe, una delle più importanti agenzie sportive di rappresentanza a livello continentale.
Nato a Reggio Emila, Riccardo Artoni è stato per molti anni uno dei migliori realizzatori delle Minors italiane. Nel dicembre del 1999 si è laureato in legge presso l’università di Modena e nel 2000 ha iniziato a lavorare come agente.
Nel 2003 ha preso parte al Master GIBA per Sport Manager, e dal 2006 al 2011 ha lavorato per Interperformances.
Sempre nel 2011 ha fondato, insieme a Massimiliano Aldi, Alpha Agency, prima di unirsi a Octagon Europe.

Dove e come hai iniziato? Quando ti è venuta l’idea di fare questo mestiere?
Durante i miei ultimi anni da giocatore ho iniziato a pensare a questo tipo di carriera professionale; l’idea è dovuta principalmente alla passione per la pallacanestro, che è fondamentale per fare questo tipo di lavoro, e che deve essere la tua motivazione giornaliera.

Quanti giocatori rappresenti al momento?
Come Octagon Italia rappresentiamo circa una settantina di giocatori, che vanno dalla Serie B alla Serie A; inoltre rappresentiamo anche giocatori stranieri in diverse leghe in giro per l’Europa.

Come si pianifica il lavoro? Quali sono le fasi più importanti della tua attività?
La fase certamente più critica è quella estiva perché sei costantemente sotto pressione, c’è poco tempo a disposizione e molte cose da fare in soli tre mesi (giugno, luglio, agosto).
Generalmente la prima parte dei tre mesi estivi viene dedicata ai giocatori italiani, mentre la seconda ai giocatori stranieri; a settembre si effettua un resoconto del lavoro estivo appena fatto, e si stabiliscono gli obiettivi da raggiungere, anche in termini di reclutamento.
Nonostante si cerchi di pianificare il più possibile, la nostra attività è molto dinamica e richiede grande flessibilità, dato che le cose possono cambiare da un momento all’altro.

La trattativa più difficile che hai mai portato avanti?
Certamente quella legata all’uscita di Tommaso Marino da Siena è stata una delle più impegnative, visto anche il legame affettivo che c’è con la sua città natale, che non ha reso certamente semplice la separazione, nonostante i ben noti problemi societari.

Quanto è difficile trattare con gli americani, in particolare gli afroamericani, e qual è lo scoglio più duro da superare?
Certamente è molto diverso rispetto a quando trattiamo con giocatori nostrani, visto che difficilmente si spostano dall’Italia, cecando di mettersi in gioco all’estero, anche per il fatto che restando “a casa” è più facile pensare ad un piano di crescita pluriennale.
Per gli americani tutto ciò è più difficile, in primis perché quando escono dal college c’è sempre un po’ di diffidenza nei loro confronti; una volta che hanno dimostrato le loro qualità in Europa cercano di salire di livello velocemente in termini di campionato, visibilità e stipendio.
Parlando di visibilità il partecipare a competizioni come Eurocup o FIBA Champions League aiuta certamente le società ad attirare giocatori USA.

Hai mai avuto momenti di difficoltà in cui hai pensato di aver sbagliato completamente lavoro?
I momenti difficili ci sono ovviamente stati e ci sono tutt’ora, anche perché nonostante la passione e il fatto di essere stato giocatore nelle Minors, il doversi far conoscere da giocatori e dirigenti era fondamentale, specie per chi è partito da solo come me; tuttavia, non ho mai pensato di aver sbagliato lavoro.

Come pensi debba essere il rapporto tra giocatore ed agente?
Alla base di tutto ci deve essere certamente fiducia reciproca, che porta poi ad essere contenti di tutti i traguardi che il tuo giocatore raggiunge, sia sul campo che fuori, visto che li vedi diventare uomini da ragazzi che erano, oltre che genitori.
Questa è certamente una delle cose più belle del nostro lavoro.