LA DURA VERITA’: la prima di campionato

Tanto tuonò, che alla fine…non piovve.

Già, perché in tanti erano pessimisti in previsione della prima gara di campionato contro la Dinamo Sassari; gli stessi protagonisti, allenatore e direttore sportivo su tutti, avevano iniziato una sorta di “maniavantismo”, annunciando di non sapere esattamente cosa aspettarsi dalla squadra nella prima uscita stagionale e che dover incontrare un’avversaria, accreditata come una delle prime 4/5 realtà del campionato, non avrebbe certo agevolato. Del resto, terminare il precampionato con una sconfitta di 26 punti in casa contro Cremona, non rappresentava di certo un bel viatico, nemmeno per il più incosciente degli ottimisti.

Ed invece abbiamo vinto.

L’abbiamo fatto da squadra, con il cuore degli italiani che nel secondo tempo ci hanno tenuto in piedi, evitando di mollare la presa dopo l’ennesima spallata di Sassari, e con il talento degli stranieri che nel periodo decisivo hanno fatto letteralmente saltare il banco (di Sardegna).

L’abbiamo fatto grazie anche alle scelte del nuovo coach, che non ha sbagliato una mossa, con l’intuizione di affidarsi al quintetto italiano nel momento di svolta del match, per sfruttarne la carica emotiva e non secondariamente, per mettere in partita il pubblico, al solito algido e freddino. Il tutto, nonostante prima dell’”Italian Job” del terzo quarto, il contributo della panchina fosse stato letteralmente nullo, con l’eccezione del roccioso Chinemelu Elonu, ormai per tutti affettuosamente “Che Nimelu”, parso già piuttosto a suo agio nella tonnara sotto canestro.

 

 

Quindi tutto perfetto e playoff sicuri?

Calma. Molta calma. Le cose da migliorare sono tantissime. Certe pause, in casa si possono anche rimediare, in trasferta, si pagano tutte. La squadra, nei momenti di difficoltà, tende a smettere di giocare, dando la palla a Ledo e accomodandosi in platea. In parte è normale, è pur sempre il leader tecnico riconosciuto della squadra ed ha il talento per poterlo fare, a tratti. E’ evidente però che affidarsi esclusivamente al suo estro potrebbe finire per rivelarsi un limite. Anche in questo caso il coach è stato bravo a panchinarlo al momento opportuno, consentendogli di rifiatare ed obbligando altri ad iniziare a giocare sul serio. Da Gaspardo ci si attende molto di più anche se un certo spaesamento è più che comprensibile, considerando i diversi contrattempi patiti durante la preparazione e che alla prima uscita l’hanno fatto apparire come un pesce fuor d’acqua. Quello che ci si poteva attendere da Griffin, dopo la serie di amichevoli affrontate sostanzialmente in infradito, capace invece di garantire da subito un contributo concreto e tangibile, pur con qualche ingenuità. Del resto, nelle scorse settimane, il coach l’aveva definito “un giocatore con una sua particolare emotività”, che alle mie orecchie maliziose è parso volesse dire: “delle amichevoli fottesega, gli occhi della tigre chiedeteli a qualcun altro, se riusciamo a caricarlo a pallettoni questo di talento ne ha da vendere”. Ci si attende e certamente potrà fare anche di più, ma lo farà alla sua maniera. Nessuno si aspetti di vedere la concentrazione o l’abnegazione di un Silins, tanto per fare un nome molto spesso rimpianto da tanti (di voi), piuttosto che l’intelligenza e le letture di Veremeenko. Probabilmente la sua gestione ed il suo utilizzo saranno la sfida più grande per coach Cagnardi e potrebbe veramente risultare l’ago della bilancia per la stagione biancorossa.

Ci sono però anche diverse certezze che non vanno sottovalutate:

Butterfield fa paniere non poco e grazie a Dio questo conticchia ancora parecchio. Pedro finché è fresco, almeno in attacco, possiamo tranquillamente definirlo “professore”. Cervi, a dispetto dei detrattori, ha ribadito che quando fisicamente c’è, il suo contributo lo dà sempre. Mussini, come prevedibile, con meno pressione e meno aspettative, potrà rivelarsi prezioso, seppur in ruolo da gregario (a proposito, l’ha detto educatamente il coach, lo ribadisco anche io: i fischi sul tiro libero sbagliato sono degradanti, oltre che infinitamente ingiusti).

Concludo con Candi e De Vico, i ragazzi dalla garra charrua. Loro sono l’anima della squadra, capitan futuro e il suo vice. Magari non giocheranno sempre bene e non saranno sempre decisivi come lo sono stati, diversamente, nella partita di domenica. Il loro modo di giocare ed interpretare lo spirito di squadra ed attaccamento alla maglia, è il motivo per la quale “ogni maledetta domenica”, guardo la mia squadra, giocare lo sport più bello del mondo.