LA PARTITA DI DADO

L’esito del lancio non dipende da noi, mentre il fatto di accettare con favore i risultati offerti dalla sorte e assegnare a ciascun risultato una collocazione nella quale quello favorevole possa giovare al massimo e quello spiacevole nuoccia il meno possibile a chi l’ ha ottenuto, ebbene questo è compito nostro, se siamo assennati». Così Platone si esprimeva riguardo agli eventi della vita ne “La Repubblica”, in quella Atene del IV secolo a.C. preludio della Londra moderna, una corte cinquecentesca a cielo aperto.                                                                                                                      Reggio Emilia, dal gioco dei dadi della sua breve vita, nel 1983 ha pescato un Dado che avrebbe cambiato profondamente il suo percorso ed avrebbe insegnato pallacanestro e vita a una generazione di ragazzi cresciuti fra la parrocchia di Sant’Agostino e i portici di San Rocco a ridosso di piazza Cavour.

Nel Febbraio 1941, dove un tempo sorgeva il tempio di Ercole Labrone, le bombe della Royal Air Force con regolarità inglese interrompevano la vita quotidiana dell’importante porto toscano di Livorno; la zona industriale era ridotta ad un cumulo di ciminiere e macchinari, il porto era una zona pericolosa quanto il Maršala Tita durante l’assedio di Sarajevo.
Il 20 Marzo 1941 nasce Gianfranco Lombardi, il Dado che ricalcherà in tutto e per tutto la statura di quell’Ercole labronico scolpito nel marmo dei palazzi della sua città.
Dopo il 19 Luglio 1944, la città pullula di truppe alleate, per lo più americane, che di tanto in tanto si dilettano a praticare uno strano sport inventato vent’anni prima dal professor James Naismith, canadese per giunta: i ragazzi livornesi guardano con occhi estasiati i militari giocare una pallacanestro diversa, riuscendo pure ad ottenere qualche tavoletta di cioccolata.
A dieci anni, Dado inizia a muovere i primi passi con gli amici nell’Oratorio Salesiano “Don Bosco”, ed è lì che Don Severo Breschi lo nota, indirizzando quel bambinone nella squadra del Don Bosco, la Juvenilia, autentica fucina di talenti.
Livorno è Basket City prima di Bologna, con la Libertas e l’Unione Sportiva associata alla squadra di calcio: c’è voglia di divertirsi dopo gli anni bui della guerra, voglia di fare sport e stare insieme.
Nel 1954 fa il suo ingresso sulla scena l’Europa Nuova Livorno, dove il tredicenne Dado si accasa grazie a Vittorio Tracuzzi, esordendo a soli quattordici anni in Serie A nel 1956 e in Nazionale B nel 1957; arriva nella vera Basket City due anni più tardi, alla Virtus che si immerge nel futuro del PalaDozza, dove, a soli 19 anni, fu miglior marcatore del campionato con 594 punti segnati.
L’esordio in Nazionale è la prosecuzione naturale della favola del “Ragazzo prodigio” che si dispiace, e lo dirà in un’intervista a Gianfranco Civolani, che i giornalisti lo ritengano un divo. Solamente ventenne partecipa alle Olimpiadi di Roma in un roster che conta Achille Canna e Sandro Gamba, ed è addirittura inserito nel miglior quintetto della manifestazione con 13.3 punti di media per l’Italia quarta classificata. In Virtus resterà fino al 1970, anno in cui viene ceduto per evitare un crac finanziario: non vinse alcun trofeo, ma fece centro nel cuore dei tifosi delle Vu Nere, che trascineranno l’avvocato Porelli in Tribunale per impedire il suo addio, e di una ragazza bolognese, Maria Pia, scomparsa nel 2013, ma senza ombra di dubbio la persona più importante della vita di Dado. La signora Lombardi era una presenza fissa del PalaBigi e spesso seguiva il marito anche nel ritiro estivo di Castelnovo ne’Monti. Lombardi rimane all’ombra delle Due Torri, giocando fino al 1972 nella Fortitudo di Gary Schull, squadra in cui si ritira.
img-20161124-wa0003Desiderando intraprendere la carriera di allenatore, accetta l’offerta di un’ambiziosa squadra di A2, la Sebastiani Rieti, col ruolo di allenatore-giocatore. E’ alla prima stagione (1972-73) da allenatore e le sue urla caratteristiche iniziano a dare un’impronta ai reatini, che vincono lo spareggio contro Vigevano a Pesaro, ottenendo per la prima volta l’accesso alla Serie A. I risultati sorprendenti del Lombardi allenatore lo portano alla Hurlingham Trieste, in A2, nel 1976, dove, dopo un ottavo posto nella prima stagione, Dado registrerà il primo esonero della sua carriera. Dopo una brevissima parentesi sulla panchina della Libertas Forlì, la Pallacanestro Trieste in cattive acque richiama il coach livornese, il quale, però, si vede negata la possibilità di sedere in panchina durante le gare dalla Legabasket, riuscendo nonostante ciò a salvare la squadra dalla B all’ultima giornata. Nell’anno in cui Tardelli e Rossi colorano d’azzurro il cielo di Madrid, Dado Lombardi tenta di riportare in A1 la Benetton Treviso esiliata a Padova per la costruzione del PalaVerde, portando in Italia il rookie Dale Solomon, che giungerà a Reggio nel 1986.

Nel 1984 Dado (con Leo Ergelini assistente) e i suoi ragazzi delle Riunite Roosevelt Bouie, Rudy Hackett, Piero Montecchi, Pino Brumatti, Ghiacci, Giumbini e Rustichelli portano Reggio per la prima volta nel Gotha del basket, dando inizio alla grande storia in Serie A della Pallacanestro Reggiana dopo dieci anni dalla sua fondazione.
Lombardi crea quella passione inconfondibile dei Reggiani per la pallacanestro: l’appuntamento al PalaBigi diventa un punto di ritrovo fisso della città, le Riunite acquistano pubblico col calo della pallavolo e gli aficionados di Udine di due anni prima raddoppiano. A Reggio si parla del basket, che diviene un qualcosa di misterioso ed al tempo stesso affascinante nei caffè cittadini.
L’amore per la pallacanestro e l’empatia fra città e squadra sono nate in quelle tre stagioni di Dado alle Cantine Riunite, dove il burbero coach livornese si prodigò per replicare quell’ambiente appassionato e di tifo corretto che caratterizzò il suo periodo a Trieste. Se oggi guardiamo Reggio e Trieste, ci sei riuscito Dado, eccome se ci sei riuscito! I risultati e il tuo amore per il gioco che hai visto all’ombra dei crateri delle bombe del porto di Livorno si vedono ancora oggi in via Guasco n.8! Dopo aver girovagato per lo Stivale (Rimini, Verona, Siena, la patria Livorno e Cantù, dove nel 1995 ci sbarra la strada della Serie A), coach Lombardi torna in una Reggio reduce da anni di purgatorio e neopromossa nel 1997. Subentrato a Giordano Consolini, eredita un giovane assistente nato in Friuli ma cresciuto a Reggio, che di nome fa Massimiliano e di cognome Menetti, e un professore di pallacanestro che sicuramente avrà ricevuto lassù la laurea honoris causa da Naismith in persona. E’ una squadra strana quella CFM, istrionica come il suo coach ed educata come il suo leader: ci sono il giovane ragazzo di Ruvo di Puglia e il suo maestro tornato dalla Madonnina, il Professore e il cecchino californiano, un centro italo-brasiliano che terrorizza i poveri ferri del PalaBigi, un brianzolo che studia per diventare allenatore e un ragazzino delle giovanili  chiamato “Lupo” aggregato agli allenamenti.

img-20161124-wa0001La CFM chiude all’undicesimo posto, due punti sopra la zona retrocessione, ma ai Playoff vanno le prime dodici, con le squadre dal quinto posto in giù a disputare una serie al meglio delle tre per raggiungere le prime quattro ai quarti di finale. A Reggio capita la Stefanel Milano di Nando Gentile, Flavio Portaluppi e Warren Kidd, che incredibilmente soccombe sia al PalaLido, che in via Guasco. All’ombra della Ghiara arriva la Benetton Treviso, allenata da Sua Maestà Željko Obradović, con in campo Rusconi, Sekunda, Marconato, Gracis, Pittis, Niccolai, Williams e Rebrača. Gara 1 è di Treviso, ma la CFM reagisce con un canestro allo scadere in Gara 2 di Mike Mitchell su assist del Papero.78-76 e Dado con le braccia al cielo verso la tribuna…le immagini che stanno percorrendo la vostra testa in questo preciso istante. Gara 3 e Gara 4 rispettano il fattore campo: si va a Gara 5, a Villorba, senza il Professore. Reggio resta sempre avanti con Jent e Basile in una delle serate migliori della loro carriera, ma, non appena arrivano i pullman dei tifosi reggiani sul finire di terzo quarto, la Benetton si rifà sotto. I tifosi temono un contrappasso infernale dopo ore bloccati nel traffico autostradale, ma, nonostante una serie di triple, si resiste.

68-71, 1 Maggio 1998. La serata più bella dello sport reggiano prima di quel 11 Giugno 2015, sempre in Veneto. La serata più bella della carriera da allenatore di Dado, che non sarà cancellata da una lotta impari contro la Teamsystem Bologna in semifinale. Il tiro da 4 di Danilović, alfiere della Virtus tanto amata da Lombardi, aprirà l’ultimo canto del basket italico. Nel 2000 la Bipop Carire sostituisce il venerando allenatore di Livorno con Franco Marcelletti, in una stagione che si conclude con una retrocessione che aprirà anni di alti e bassi terminati con i due tiri liberi di Fabio Ruini.

img-20161124-wa0000Nel 2006 Gianfranco Lombardi è fra i primi ad essere introdotti nell’Hall of Fame della pallacanestro italiana. Da ragazzino lasciava di sasso i veterani che dovevano marcarlo, appoggiando comodamente al tabellone dopo una forte spallata per conquistare spazio. Da adulto ha rivoluzionato il ruolo di allenatore in Italia, una figura professionale sì al di sopra dei propri atleti, ma una figura paterna che cerca di ottenere il massimo dal materiale umano che si ritrova a disposizione. Per la città, per i tifosi, per amore del basket, per sua moglie Maria Pia, per i suoi ragazzi e per la sua Livorno.

“Sarà forse che i toscani non sono come i bovi, che vedono tutto in grande: ma è certo che non perdono mai di vista la misura del mondo, e i rapporti, palesi e segreti, fra gli uomini e la natura”. Dado Lombardi, un uomo che ha cambiato la pallacanestro, rendendola della gente.

Andrea Russo