L’Opera Incompiuta

Altra Semifinale di Coppa Italia, nuova occasione in cui usciamo sconfitti, a testa china, a un passo dal sogno.

Milano sull’altare e noi nella polvere, a leccarci le ferite di una battaglia che ci ha visti vicinissimi al grande traguardo della Finale. Cinismo e lucidità sono mancati quando sembravamo in grado di farcela.

La sensazione di essere alla portata di quella Coppa, di meritare la vittoria per poi perdere per alcuni errori evitabili, rievoca inevitabilmente il post Gara 7 di due anni fa, quando una vittoria ben più importante ci sfuggì da sotto il naso. La poca attenzione ai dettagli e alcune scelte discutibili dello staff hanno fatto la differenza in una semifinale interpretata nel modo giusto fino a 10′ dal termine.

La Grissin Bon aveva tutte le carte in regola per battere nuovamente Milano, ma nel momento più importante si è sciolta come neve al sole. Perciò eccoci qui, oggi, a parlare nuovamente di una squadra con la nomea dell’ “eterna incompiuta.”.

Nonostante la sconfitta, dai tre giorni di Rimini il pubblico e lo staff hanno ricavato anche segnali confortanti, assaggi di un potenziale che, se ben applicato e distribuito, potrà portare Reggio Emilia a disputare una grande seconda parte di stagione.

Sono stati 2.000 i reggiani che hanno trascorso il loro sabato a Rimini, colorando di rosso gli spalti provvisori del padiglione fieristico, tanto da suscitare in capitan Aradori l’impressione di essere sul parquet di via Guasco. La tifoseria biancorossa non deve essere considerata più una sorpresa, non si devono sottolineare perennemente i grandi esodi biancorossi quasi fossero eventi fuori dalla norma per una piccola città provinciale capace di portare 1.000, 2.000 tifosi in trasferta.

Reggio Emilia è una realtà consolidata della pallacanestro italiana, è ora che ce lo mettiamo in testa!

Bisogna comprendere che l’amore e il bacino unico di questa città per il basket non sono bollicine di champagne, ma realtà consolidata da valorizzare nel territorio: tutti seguono la Grissin Bon, tutti si interessano di basket, dall’imprenditore al bambino delle elementari. Abbiamo la potenzialità, come club e città, per diventare un piccolo Baskonia.

Guardiamo all’esempio del Bamberg di Melli! La via di Reggio per cambiare, e cambiare vuol dire mutare in meglio passo dopo passo, è quella del club più titolato di Germania.

La mentalità si costruisce anche partendo dalle piccole cose. La tifoseria di Reggio è grande, festosa e civile, e a Rimini ne ha dato un’ulteriore prova. Noi siamo tutto questo, e chi critica e offende un pubblico fatto di famiglie e ragazzi non ha compreso nulla di Reggio. I campioni si vedono sempre sul campo, così come la caratura di alcuni si rivela nella sconfitta. Rispetto per Reggio Emilia, per cortesia.

<<Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi.>>recita un verso di Paul Verlaine.

La partita con Milano ci ha visto giocare per larghi tratti una pallacanestro di sistema che ci ha permesso di entrare rapidamente nei giochi, sfruttando il Pick n’Roll, trovando tiri di ottima qualità e contenendo ottimamente le bocche da fuoco milanesi (Kalnietis su tutti). De Nicolao ha diretto come Riccardo Muti con ritmo e creato fluidità per la squadra, mettendo i compagni in riga come a dire “Calma, segniamo, ma costruendo…”  DeNik è stato il nostro miglior giocatore, oltre che leader silenzioso: perché dunque insistere con Needham? Derek è ormai un’enigma fisso per quanto riguarda il playmaking e la squadra ne risente: la confusione in attacco e alcune sue interpretazioni errate hanno contribuito al recupero milanese nei minuti finali.

Vero è anche che Derek è lo stesso uomo capace di infilare tiri da tre punti con soluzioni estemporanee che spesso tengono in vita la truppa di Menetti, ma queste caratteristiche non sono funzionali a questo tipo di roster. Come Ariel Filloy, Drake Diener e Stefano Gentile prima di lui, anche Derek Needham annaspa nello spot di 1, portando addirittura un contributo più concreto quando impiegato da combo guard “alla Johnson-Odom”, ruolo che ricopriva con tanta libertà a Braunschweig. E’ difficile adattare un realizzatore a un play puro capace di impostare il gioco, proprio il giocatore di cui necessita questa Grissin Bon disperatamente. L’esperimento, al momento, è in alto mare.

Le 3 palle perse consecutive, lo spazio concesso all’ex capitano Cinciarini e le soluzioni affrettate con ancora secondi a disposizione pesano come un macigno nel tabellino finale, al di là del punteggio risicato. Dal ruolo di Derek e dal recupero di  Polonara, apparso ancora fuori dai giochi e inutile alla squadra in entrambi i lati del campo, passa una grande fetta delle sorti prossime del club di via Martiri della Bettola.

Le due gare di Final Eight ci hanno fornito la consapevolezza di trovarci di fronte a una squadra con grande potenziale. L’innesto di Jawad Williams ha portato alla causa copertura e sostanza in tutte le posizioni, ma soprattuto una doppia dimensione (esterna+interna/verticale) che aveva fatto sentire la sua totale mancanza nella striscia di gare negative tra Pistoia e Brindisi.

Sulla carta il roster è ora di primissimo livello, ma il parquet, unico giudice del gioco, potrebbe fornirci segnali e risposte del tutto differenti nelle prossime gare. La differenza fra una buona squadra sulla carta e una buona squadra sul campo sta tutta qui, nella mentalità e nella capacità di giocare insieme, fattori su cui lo staff dovrà lavorare molto. La sensazione è che il sopracitato potenziale sia ancora non impiegato al meglio, come dimostra la prestazione contro Capo d’Orlando, sintomo di una squadra profondamente slegata, che si specchia troppo in sè stessa, lontana parente di quella dei primi 20′ della semifinale. I Lakers del 2004 e il recente Maccabi erano nella nostra stessa situazione sulla carta, poi il legno di matrice transalpina ha detto ben altro.

Questo roster, per le sue caratteristiche, non può non permettersi di costruire di squadra, di variare le proprie armi, altrimenti anche campioni come Aradori e Della Valle segneranno i loro punti, senza però risultare decisivi. “Good to Great” (rinunciare a un buon tiro per uno migliore ndr) e “Five Seconds” (compiere una scelta entro cinque secondi per non fermare mai la palla ndr) sono le basi dei successi di una squadra che nella NBA degli anni 90′ era  in ascesa come la Grissin Bon di oggi, ma le mancavano i titoli. Si chiamavano San Antonio Spurs, e oggi li conoscono tutti per aver vinto tanto in breve tempo grazie a mentalità e un progetto sposato appieno da campioni diventati pedine al servizio di una causa.

Una menzione importante la merita anche l’incapacità di azzannare le gare nel momento decisivo, situazione non nuova. Il passaggio da eterna incompiuta a vincente passa necessariamente da qui. C’è ancora tanto da lavorare sul piano psicologico.

La Grissin Bon non è mai stata così vicina a toccare la “quadratura ideale”, ma, se da un lato la nuova fisionomia del roster, come detto, è incoraggiante, dall’altro apre le porte al momento più difficile di tutta la stagione, al giro di boa.

Per far funzionare l’orologio, infatti, bisogna aggiustare alcuni ingranaggi (Needham, Polonara e Strautiņš) e far partire le lancette (idea di gioco e mentalità).  Parafrasando una dichiarazione di Menetti pre-Cantù, <<ora che abbiamo la macchina nuova, dobbiamo essere bravi ad evitare di incappare nelle pozzanghere e nelle buche.>>.

Milano vince un’altra Coppa: non è certo una squadra bella da vedere, ma ognuno porta il suo contributo di sostanza, giochi egli tanti minuti o manciate di secondi e, a parte Sanders, ogni giocatore ricopre un ruolo in un sistema.

Ancora una volta incarniamo il ruolo della Spagna d’inizio millennio, bella ma perdente. La stessa Spagna, capace di aggiustare i punti deboli di lunga data, e raggiungere la sua epoca d’oro. Un esempio che ci deve incoraggiare a lavorare per obiettivi concreti e ad avere continuamente fame.

I prossimi mesi, nel bene o nel male, determineranno il futuro della Pallacanestro Reggiana. Il futuro è ogni giorno: queste occasioni, sia per i nostri giocatori che per noi tifosi, non sappiamo se potranno ripresentarsi. E’ tempo di cogliere i frutti del lungo percorso, di aggiustare i piccoli, ma grandi, dettagli in cui siamo carenti per non dover nuovamente “urlare contro il cielo”. I successi si costruiscono ogni giorno.

We Can Be Heroes.

L’arte di vincere si impara nelle sconfitte.” disse “El Libertador” Simón Bolivar, e chi meglio di lui può esserne la testimonianza vivente.