Meglio un regista oggi o una regìa domani?

Playmaker. Cercandone rapidamente una definizione, il playmaker è il giocatore che costituisce il punto di riferimento del gioco di tutta la squadra, e al quale è affidato il compito di scegliere gli schemi offensivi e difensivi più adatti alla conduzione della partita. Un po’ scolastica questa.

Vediamone un’altra: nei giochi di squadra, in particolare nella pallacanestro, è un giocatore dotato di una buona visione del gioco, al quale è affidato il compito di organizzare l’azione. Ecco, tirando in ballo l’organizzazione dell’azione cominciamo ad avvicinarci al punto.

In realtà il playmaker è infinitamente più di questo, lo sappiamo tutti, tanto che nella sempre bistrattata -e sempre romanticamente evocativa- lingua italiana per definirlo usiamo la parola “regista”, colui al quale viene affidata la regìa: che è testa ma che ha sempre in mano il gioco, che guida i compagni come un regista guida i suoi attori, che detta il ritmo come un direttore d’orchestra. Che decide.

Questa premessa mi è utile per cercare di rispondere a quella che quasi con un plebiscito è risultata essere la domanda che più ci stuzzica dopo l’esordio in campionato, sfortunatamente inglorioso, della  Grissin Bon. Dobbiamo fare un altro campionato (ehi ragazzi, per la cronaca, un altro non si accenta, o il segno rosso è assicurato) con il nostro miglior tiratore che si spreme a fare il play?

Sgomberiamo subito il campo: non ho una risposta a questa domanda. Probabilmente andrebbe fatta a chi, in sede di costruzione della squadra, ha deciso di puntare su una coppia di playmaker di sicuro potenziale, ma allo stesso tempo giovane e inesperta. Che in un ruolo così delicato è un azzardo non da poco. Questo, inevitabilmente, potrà caricare di qualche responsabilità in fase di costruzione di gioco quei giocatore che, pur non essendo play di ruolo, hanno la possibilità di farlo: per caratteristiche -come nel caso di Nevels e di Della Valle- o perché con alle spalle più di qualche ora di praticantato -come per Markoishvili e in parte per lo stesso Amedeo, già sperimentato a più riprese in regia anche se con risultati altalenanti-.

Due volti che rappresentano 40 anni di playmaking al massimo livello, riconoscibili da almeno tre generazioni di appassionati: Steve Nash e Mike D’Antoni.

Questo porterà degli svantaggi al nostro gioco, in particolare in fase realizzativa? Non è affatto detto.

Il ruolo del playmaker non è più quello dei nostri padri, anzi forse è quello che è maggiormente evoluto e, cosa più importante, si è aperto a diverse interpretazioni. Nella NBA è facile scomodare grandi campioni che fanno dello stesso ruolo un mestiere praticamente diverso, senza essere più o meno campioni o più o meno determinanti: Chris Paul per la sua capacità di sfornare assist; Russell Westbrook per il suo atletismo prorompente; Steph Curry per la gittata di tiro praticamente infinita. Playmaker, in tre maniere differenti. Sto divagando? Non troppo. Ad Avellino abbiamo visto all’opera Fitipaldo, esploso l’anno scorso a Capo d’Orlando grazie alle sue capacità balistiche, ma anche dotato di un fisico compatto che gli permette di attaccare il canestro, tanto che pur senza una “moto” nella gambe è approdato rapidamente (forse troppo) in Eurolega alla corte di Ataman, al Galatasaray (li conosceremo presto, prestissimo). L’anno scorso abbiamo ammirato un distributore automatico di assist come Luca Vitali, mentre playmaker come Ragland e Haynes martoriavano le retine di tutt’Italia dai sette metri. Chi è il migliore di questi? Domanda da un milione di dollari, soprattutto se non rapportata al contesto.

Concentriamoci a questo punto su di noi. Più o meno nello stesso periodo, anzi esattamente un anno fa, giorno più giorno meno, chilometro più chilometro meno, chiudevamo la prima di campionato con 4 assist all’attivo. Ecco, qualche partita l’abbiamo vinta lo stesso, con playmaker certamente più esperti ma con caratteristiche simili a quelli che abbiamo oggi. Poi è vero, del playmaker bisognerebbe guardare prima di tutto gli assist per giudicarne la prova, ma questo numero restituisce anche la bontà di un attacco in termini di circolazione di palla e proprio quest’ultima, se c’è, fa sì che non debba essere per forza chi inizia l’azione a sfornare il passaggio decisivo.

Non ridurrei tutto al chi fa cosa. Pensare che se Amedeo Della Valle porta la palla significa perderlo come arma offensiva sarebbe un errore; pensare che se non lo fa il suo compito di finalizzatore è agevolato lo sarebbe altrettanto. Amedeo è in questo momento il pericolo pubblico numero uno di questa Grissin Bon, e da play o da guardia gli sarà sempre riservato dalle difese avversarie il trattamento peggiore possibile.

Se ad Avellino si fosse svolto il casting di X Factor, i nostri due baby talenti non avrebbero ricevuto “quattro sì”. E’ forse più probabile che i giudici, pur riconoscendone doti e capacità, avrebbero detto loro che devono studiare un po’ di più. Ma per fortuna questo non è un talent, e il mestiere si impara sul campo giocando più minuti possibile.

Allo stesso tempo, se focalizziamo la nostra attenzione nel tentativo di scorgere nei nostri due play, in qualsiasi giocata, le stigmate del playmaker predestinato, rischiamo di non vedere tutto quello che succede (o non succede) intorno a loro, che è un gioco di squadra fatto di automatismi, intese, movimenti che migliorano di allenamento in allenamento, di partita in partita.

Questo signore non lo riconosceranno certo tre generazioni di appassionati, ma sicuramente qualche appassionato di lungo corso, di quelli che alla domenica andavano a vedere “La Riunite”! (Francesco Fischetto)

Quel che ci vorrebbe è un bel playmaker corazzato in grado di spezzare in due la difesa e depositare a canestro assorbendo i contatti, o di armare la mano di un esterno appena la difesa collassa in area a protezione del ferro? Forse sì, ma questo, al momento, non ci è dato. Ma per fortuna abbiamo altre doti, per cui quello che personalmente mi aspetto di vedere prima di tutto è un gioco improntato a valorizzare quello che già abbiamo in casa.

La difesa, quella che abbiamo visto in particolare nel primo tempo di Avellino; e un attacco che gioca con la sfrontatezza che una squadra così giovane e ricca di talento deve avere, a briglie sciolte. Correre e far correre la palla: “chi” lo farà non avrà che 1/10 dell’importanza che avrà il fatto di riuscire a farlo.

Lo ripeto: ricordiamoci i primi sessanta minuti di gioco della passata stagione. Mettemmo insieme 7 assist. Solamente nei successivi 20′, nel secondo tempo della prima casalinga contro Sassari giocata al PalaDozza, 12 assist a referto e prima vittoria stagionale. Negli spogliatoi non cambiammo i playmaker, né i compiti in campo dei nostri giocatori.

Cambiammo pelle, e adesso non vedo l’ora di rivivere, esattamente, quel momento lì.