In mongolfiera: cosa ho visto (e cosa no), cosa mi aspetto e cosa mi sorpenderei di vedere

Sarò anche all’antica, ma sono convinto che su una stagione di 30 partite -e ne vedremo facilmente qualcuna in più, anche se non so dirvi quante perché ho usato la Delorean per riportare il Re sul trono del tennis mondiale- si possano trarre conclusioni abbastanza precise dall’averne già viste una quindicina abbondante.

Per questo, cercherò di dare uno sguardo a questi quattro mesi di basket giocato; non per dare una pagella al primo quadrimestre della Grissin Bon, ma per cercare di trarre qualche indicazione che non sia figlia solamente della stagionalità dei risultati, ma di quanto nel complesso abbiamo potuto osservare.

Nelle scorse settimane abbiamo sentito parlare della Pallacanestro Reggiana con metefore non troppo rinfrancanti: Alessandro Dalla Salda l’ha definita “un malato con la febbre alta”; la nostra penna (chissà perché lo usiamo ancora, questo appellativo!) Lorenzo Marcacci l’ha paragonata a una nave che imbarca acqua da tutte le parti, e che appena tappi una falla se ne apre un’altra. Tutto condivisibile. Io la paragonerei tutta via ad un viaggio in mongolfiera. E adesso vi spiego perché.

Il decollo. La nostra stagione, lo ricorderete, è iniziata nel peggiore dei modi, con le due sconfitte sul filo della sirena patite in Supercoppa e alla prima di campionato contro l’indigesta pasta casertana. La nostra mongolfiera non voleva saperne di decollare. Allora Max ha fatto la cosa più logica: ha parlato alla squadra, come lui è fenomenale a fare, in maniera chiara, netta, decisa. Ha detto ai suoi giocatori che non erano diventati improvvisamente dei brocchi, e che c’era da lavorare. In poche parole, ha dato gas, ha alzato la fiamma per riempire il suo aerostato. Così il pallone è volato in aria, e sono arrivate le prodigiose sette vittorie di fila.

Il volo. Ma la mongolfiera, si sa, ha bisogno di venti stabili per volare sicura verso il suo destino. Bisogna evitare velocità eccessive sia a scendere che a salire, ma probabilmente a questa lezione il nostro Comandante si è assentato. O forse è solo incappato, suo malgrado, in qualche inatteso ma rovinoso shock termico che ha improvvisamente reso il suo veivolo ingovernabile. Gli infortuni, ancora loro. E poi questi stranieri che proprio non ne vogliono sapere di ingranare. Troppo peso, perdiamo quota. Troppo poco, bisogna aggiungerne. Ed ecco il primo a finire giù dalla cesta, Delroy James, esperienza sfortunata che ha stupito parecchi. A ruota, anche Sava Lesic ha ricevuto l’ordine di indossare il paracadute, che a momenti c’è da saltare giù. Ma intanto resta a bordo, che non si sa mai. L’equipaggio appare confuso, non riesce proprio a indovinare la corrente. Chissà che con l’esperienza di Kaukenas e la freschezza di Reynolds si possa riprendere la rotta. Presto per dirlo. Meglio dare un’occhiata a bordo.

Questa squadra, al netto di infortuni e rimpiazzi, ha una dose straordinaria di talento. Aradori e Delle Valle sono giocatori fuori dal comune, che poche altre piazze italiane possono vantare. Cervi sta superando un momento di appannamento, causa vecchi dolori e scarsa assistenza in campo, e se sta bene è un fattore. Kaukenas, quando ritroverà le gambe, scalderà i cuori; Polonara, se e quando ritroverà la voglia di giocare da protagonista, sarà fondamentale. E poi c’è tutto il resto, che oggi tra le mille difficoltà di un viaggio iniziato male, e proseguito anche peggio, ci sembra inadatto. Ma non lo è.

Questa squadra può viaggiare tranquillamente a più di 80 punti di media. Lo dicono i numeri delle prime dieci, a squadra fatta. Non potrà imporsi nell’altra metà campo, cosa che le impedirà imperituramente di “mettere in ghiaccio” le partite come faceva nelle sue precedenti edizioni, dove era capace di rush difensivi spaventosi in cui, soprattutto in casa, si vedevano avversarie incapaci di tirare per 3/4/5 azioni in fila, e prendere raffiche di canestri da una squadra meno talentuosa ma certamente più gasata di questa. Non c’è disponibilità difensiva da parte dei nostri giocatori, e questo è il rovescio scuro della medaglia di una squadra che ha tanti punti nelle mani e ne è consapevole.

Per motivi molto affini, le nostre avversarie non si potranno mai concedere grossi cali all’interno di una partita, perché siamo in grado di sfruttare a pieno qualsiasi occasione. La partita contro Milano lo ha ampiamente dimostrato. Partiti ad handicap, abbiamo giocato un primo quarto di totale sudditanza. Questo ha rilassato i nostri avversari, che sono stati travolti dal nostro rientro e dall’ondata emotiva che si è generata dentro e fuori il parquet. Ma non mi aspetto di vedere tante altre squadre che, da qui alla fine, commetteranno lo stesso errore. Pur non giocando il nostro miglior basket, e sempre tenuto conto della condizione del momento, dopo la debacle interna contro Cremona (indubbiamente la peggior sconfitta degli ultimi 4 anni) Reggio ha giocato due discrete partite contro Caserta e Sassari. Ha perso perché entrambe sono rimaste nella partita quando Reggio ha preso il sopravvento, e quando ci sono mancate prima la forza per dare la spallata decisiva alla contesa, poi le gambe per portarla a casa, ne hanno approfittato per prenderci lo scalpo.

E’ così che è andata, senza scendere nei dettagli tecnici delle sconfitte. Ma non mi aspetto lo stesso epilogo quando le nostre rotazioni vedranno alternarsi in campo tutti i nostri titolari pronti fisicamente e mentalmente a giocare a basket al massimo livello.

Attenzione a non abusare di termini come entusiasmo, resilienza, grinta, mentalità. Tutte componenti immancabili del successo di una squadra, ma che si pongono su uno strato più alto di quello che è alla base di uno sport agonistico giocato ai massimi livelli: la forza fisica, la potenza, l’allenamento. La salute. Il talento. Possiamo mettere in campo tutto l’entusiasmo e la voglia di vincere che vogliamo, ma se presumiamo, come io credo sia corretto, che il nostro avversario faccia altrettanto, mai come nel basket 99 volte su 100 sarà il più forte a vincere la partita.

L’atterraggio. Non posso sapere come andrà a finire, questo è ovvio. Però questi ultimi concetti mi portano dove voglio arrivare. Adesso siamo tutti qui a chiederci se arriveremo pronti alla Coppa Italia, se centreremo o meno l’obiettivo playoff. Se la mongolfiera targata Grissin Bon ritroverà la rotta prestabilita e atterrerà sicura dove preventivato, o se si schianterà rovinosamente a terra, facendo affievolire definitivamente il sogno del grande basket a Reggio Emilia. Non preoccupiamoci troppo di quello che non sappiamo, è perfettamente inutile. Pensiamo al talento che abbiamo, e ripartiamo da quello.

Recuperiamo gli infortunati e i meditabondi, sia dal punto di vista fisico che da quello mentale: a loro il compito di dimostrare attaccamento e professionalità, a prescindere da quelli che possono essere gli scenari futuri. Non è solo per Reggio che è importante recuperarli subito, ma anche per loro stessi, per la Nazionale e il movimento in generale. Abbiamo i top players, ma ci serve che giochino da top players.

Inseriamo e portiamo al massimo livello possibile i nuovi innesti, che di partite ce ne sono ancora tante da giocare. Liberiamoci alla svelta di chi non vogliamo più, senza troppi rimpianti, giusta o sbagliata che sia la scelta. Apportiamo le ultime modifiche, se portano valore, senza ulteriori indugi. Che spesso sono proprio quelli, quando si affrontano le emergenze, a rivelarsi fatali.

E smettiamo di piangerci addosso. Abbiamo perso tante partite, forse troppe, alcune di queste proprio da mangiarsi le mani. Ma le uniche partite che contano, come qualcuno ci ha già insegnato, sono quelle che devono ancora essere giocate.

Il volo è ancora lungo, rilassatevi (ma non troppo), mettetevi comodi sul vostro seggiolino. E tenete la cintura allacciata finché la spia luminosa non sarà spenta.