Paperopoli

28 maggio 2011. Sotto l’arco del nuovo Wembley Stadium di Londra, orfano delle romantiche torri simbolo di quel “Football’s Coming Home” tormentone di Euro ’96, si consuma lo scalpo dell’ultimo grande Manchester United dell’uomo dai cantieri navali di Glasgow, un tale Sir Alex Ferguson. Gli indiani, in questo caso in blaugrana, rispondono agli ordini di Josep Guardiola i Sala, da Santpedor, nelle pianure della Catalogna. Un tecnico, Pep, che trasuda completamente la filosofia dell’FC Barcellona, tanto da riuscire a costruire una macchina perfetta dove 11 giocatori, su 18 a disposizione, sono cresciuti nelle giovanili del club. Pedro, Messi, Villa. 3-1 per l’FCB, che solleva la Champions League, raggiungendo lo zenit, il punto più alto della sua storia, da quando Johan Cruyff ha rivoluzionato il club. Tutto grazie a ragazzi locali della cantera.

26 maggio 1982. Flashback. La giovane Pallacanestro Reggiana, all’inizio di un estate che vedrà l’Italia sul tetto del mondo, vince lo spareggio con la Necchi Pavia al PalaCarnera di Udine, ottenendo una storica promozione in Serie A2 salutata da un invasione di campo da parte di centinaia di giovani reggiani arrivati in trasferta. Il basket cittadino, negli anni in cui il calcio e la Regia la fanno da padroni, <<si è messo sulla mappa.>>. Ma cosa ha reso agli occhi di così tanti ragazzi le maglie delle Cantine Riunite così affascinanti? In campo, in quella stagione in cui apre il capiente PalaBigi, ci sono ragazzi reggiani, che puoi trovare in centro, alla serate e spesso anche a scuola… Orazio Rustichelli, Gianni Codeluppi, Claudio Grasselli, Bizzo Santini, tutti nati e cresciuti fra le vie del centro e la palestra d’allenamento. Ma in campo, quella sera, c’è anche lui, il diciannovenne sogno delle ragazze di mezza Reggio, un playmaker con un genio tutto nuovo, affascinante e al tempo stesso sconcertante, per il pubblico della sua città. Si chiama Piero Montecchi, ma tutti lo chiamano “Papero” per il suo buffo modo di camminare. Solo tre anni prima colleziona le prime apparizioni in squadra, sotto Mondo Vecchi…a sedici anni. Borsa d’allenamento di pelle marrone e tanta voglia di sfondare.

 

A Reggio Emilia non hanno mai visto niente di simile sul parquet fino ad allora, e ne rimangono semplicemente innamorati. Già gioca a un ritmo tutto suo, con un’intelligenza superiore, figuriamoci poi se il Papero è pure un arsan…

Ma ogni superoe che si rispetti ha anche un fidato compagno di avventure, che in questo caso si chiama Roberto Dalla Corna, anche lui reggiano e appassionato di basket, meno dotato dell’amico, ma non meno conoscitore del gioco (del resto il suo idolo è un certo Dražen Petrović). Palleggiava sempre piegato, e per questo Piero gli affibbiò un soprannome che a Reggio tutti conoscono. Il Papero e il Gobe.

Sotto Dado Lombardi, Montecchi è il perno delle Cantine Riunite che mettono piede nel basket che conta, costruendo passo dopo passo, mattone dopo mattone la mistica di Reggio Emilia intorno alla palla a spicchi. Sono gli anni di Roosevelt Bouie, Pino Brumatti, Bob Morse, Rudy Hackett, Silvano Dal Seno, Ciga Giumbini, Giovanni Grattoni… C’è un motivo se ancora oggi ricordiamo con affetto quegli anni in cui i gradoni di via Guasco erano pieni all’inverosimile.

Montecchi in Nazionale

La classe del Papero, però, non può passare inosservata. Negli anni ’80 il basket italiano vuol dire Olimpia Milano, con coach Dan Peterson, Mike D’Antoni, Bob McAdoo, Roberto Premier, Dino Meneghin… Se ti chiamano le Scarpette Rosse, non puoi rifiutare. Piero, dopo l’esordio in Azzurro, disputa Eurobasket 1987 con la Nazionale, venendo eliminato ai quarti dai padroni di casa della Grecia trascinati dai 38 punti di uno che il sirtaki lo danza perfettamente sul parquet, nonostante sia nato al di là dell’oceano. Nikolaos Georgalis, meglio noto Nikos Galis, una leggenda.

Nemmeno il tempo di diventare un giocatore della Tracer Milano che arriva il trionfo casalingo in Coppa Intercontinentale sul Barcellona di Juan Antonio San Epifanio, il primo trofeo sollevato da Montecchi. La stagione d’esordio meneghina si rivela la migliore della carriera del Papero, che vince l’Eurolega nella storica finale di Gand contro il Maccabi Tel Aviv di Doron Jamchi, Mickey Berkowitz e Ken Barlow, per poi trionfare l’anno seguente in Patria nella serie finale contro Livorno. Poi arrivano le delusioni, fra cui l’incredibile exploit della Caserta di Marcelletti, Esposito, Gentile e Dell’Agnello che vince lo Scudetto, tragicamente, proprio il primo anno senza Oscar Schmidt.

Un trio d’assi: Antonello Riva, Montecchi e l’ex NBA Darryl Dawkins

Piero si sposta prima a Varese e poi a Cantù, prima di tornare a casa nel 1995, con la Pallacanestro Reggiana in Legadue. L’allenatore è Giordano Consolini, futura spalla di Ettore Messina, un allenatore che affida le chiavi della sua squadra al trentaduenne Montecchi. Nel roster ci sono giovani del vivaio come Alessandro Davolio e Gianluca Basile, insieme al grande Mike Mitchell e all’esperto Fausto Bargna. Per attendere la promozione, però, causa vittoria nella serie finale della Cantù proprio di Dadone, bisogna attendere la stagione successiva e l’arrivo di giocatori chiave come Diego Pastori e Pace Mannion.

Con Mike D’Antoni

Ma le grandi storie d’amore, però, hanno sempre una conclusione ancor più straordinaria di tutti i momenti passati. Reggio, targata CFM col ritorno di Lombardi, riesce subito a rientrare nei Playoff, aprendo una delle parentesi più belle sotto il tetto di via Guasco. Negli ottavi, al meglio delle tre, i biancorossi espugnano il PalaLido, tana della Stefanel Milano di Sigalas, Gentile e Portaluppi, per poi replicare all’ombra della Ghiara con 35 del Professore. 2-o. Un macigno storico.

Tutti sappiamo cosa è accaduto dopo, con Treviso. Basile, Obradović, Rebrača, Pittis, Rusconi, Jent…un turbinio di emozioni, però, in cui troppo spesso ci si dimentica di un episodio. Mancano pochi secondi sul cronometro sopra il canestro lato Guasco, in Gara 2, quando Piero Montecchi, il 35enne ex enfant prodige del basket italiano, percorre a velocità folle, proprio come ai vecchi tempi il parquet da un lato all’altro. L’eterno ragazzo reggiano fa una finta nell’area trevigiano, scaricando poi il pallone con un capovoloro di passaggio schiacciato a terra tra due della Benetton a Michael Anthony Mitchell. Il professore si alza in sospensione e pare non scendere più a terra mentre rilascia il pallone splendidamente. Quasi 4.000 (ammettiamolo, la capienza era superata…) osservano il pallone compiere la sua parabola per poi cadere, con il più classico dei ciuf, nella retina trevigiana. 78-76. 1-1 nella serie. Reggio fa capire a Re Obradovic e alla sua Treviso che nella serie c’è anche lei…

Si potrà parlare di questo e di quel giocatore, delle meteore, di chi ci ha fatto penare e di chi, al contrario, ci ha spezzato il cuore, ma, quando guardiamo indietro, nella nostra storia vediamo un ragazzo reggiano che, quasi trent’anni prima di quei blaugrana e della Generación Dorada argentina, realizzava il sogno che tutti noi abbiamo covato dentro da bambini, diventando il figlio più grande di questa “Città dei Canestri”. Dal PalaBigi, poi, è arrivato a sfidare i grandi del basket come Galis, Jamchi, Danilović, Paspalj e corazzate come il Maccabi, il Partizan, la Joventut, fino alla maglia azzurra nella bolgia del Pireo e alla fortuna di allenarsi con il proprio nipote, Davide Giudici, nelle giovanili al suo ritorno a Reggio. Ma chi ha voglia di sognare non si ferma mai, perciò oggi Montecchi vive a Miami, ma quando torna nella sua Reggio torna sempre sul parquet nelle Minors. Sempre restando quel ragazzo che era solito camminare a mo’ di papera, con un borsone di pelle all’allenamento, pronto ad imparare da Fuss e Zonta.

Piero Montecchi, un arsan come noi.