Una piacevole chiacchierata con…Mario Boni

 

Se il sito per cui scrivi si chiama Pallaconestro, non puoi non sperare di fare due chiacchiere con i giocatori più “estrosi” del mondo della palla a spicchi. Tra questi sicuramente c’è Mitraglia, al secolo Super Mario Boni, uno dei più grandi attaccanti, agonisti e talentuosi giocatori del nostro paese, uno dei pochissimi giocatori ad aver superato quota 10000 punti nei campionati professionistici. Non lo conoscevo direttamente e ho trovato una persona disponibile, simpatica e schietta che ci ha raccontato un pò di lui…

Da dove nasce l’amore per la palla a spicchi?

E’ stata mia madre che voleva che giocassi a pallacanestro, a me piaceva giocare a calcio; ho iniziato a 8 anni e fino a 12 ho praticato entrambi, poi mi sono concentrato solo sul basket, che però non è stato il primo amore.

 

Sei stato LA bandiera di Montecatini: ci racconti qualche aneddoto dei derby con Pistoia? Com’era l’attesa?

Ero il giocatore più odiato, la tensione prima delle gare era altissima e la rivalità era ed è talmente alta che sono andato in centro a Pistoia a trascorrere una serata solo un mese fa, a 53 anni…Tra le due città c’era una barriera invisibile che allora era impossibile valicare.

 

Un tuo canestro in particolare che ricordi con affetto, magari che è servito a vincere qualcosa…

Direi uno nell’89 a Firenze (con la maglia di Montecatini, ndr), determinante per la promozione in A1.

 

L’avversario più forte che hai incontrato?

Diversi, ma ne dico tre: Rigaudeau, Basile e Wendell Alexis, ala di Livorno.

 

Il compagno di squadra più simpatico?

Jack Zatti (risposta senza alcuna esitazione). Ex capitano della Fortitudo, siamo amici.

 

Un ricordo particolare o un aneddoto che ti lega alla città di Reggio?

Giocavo a Teramo ed andammo a Reggio che aveva tra le proprie fila Rusconi, Mordente e Chris Jent, una squadra che era partita con tante ambizioni. Disputai una grande gara segnando 36 punti. Del vostro pubblico ho sempre apprezzato il grande calore, la passione e la competenza; quando si veniva a Reggio si sapeva delle difficoltà di giocare in quel palazzetto storico colmo di passione.

 

Sei stato uno dei primi italiani a giocare all’estero: che ricordo hai dell’esperienza all’Aris Salonicco? Dentro e fuori dal campo…

E’ stata un’esperienza bellissima e molto formativa. Abbiamo vinto una Coppa di Grecia ed una Coppa Korac, che allora era paragonabile all’Eurolega di oggi, basti pensare che in semifinale battemmo la Benetton Treviso (Campione d’Italia) e il Tofas Bursa (Campione di Turchia). Tutt’ora sono ricordato in Grecia, ci torno spesso, sette-otto volte l’anno, anche recentemente; ad esempio ho fatto proprio lo scout per l’Aris nella stagione 2010 – 2011.

 

Avevi un soprannome quando giocavi?

Mitraglia. Me lo diedero a Montecatini ed è sempre rimasto quello, come avviene spesso con i soprannomi.

 

Qual è, se c’è, la differenza tra grande giocatore e giocatore vincente?

Il grande giocatore risolve le partite, il giocatore vincente ha le palle; ma spesso sono sovrapponibili, perchè se non sei un vincente non sei un grande giocatore…

 

Cosa mi dici se ti accostiamo come qualità ad un grandissimo del passato di Reggio, e non solo, come Pino Brumatti?

Certo, il paragone ci sta, ed anzi ne sono onorato; era un grande canestraro, me lo ricordo contro Verona. Un altro giocatore magari non nominato spesso, ma di cui nutrivo una grande stima, era Grattoni…

 

Tanti riconoscimenti, grandi qualità, una vita spesa per il basket, ma un rapporto controverso con la Nazionale: ce lo spieghi meglio?

Ho fatto una presenza in Azzurro, ma allora c’erano moltissimi giocatori forti che potevano ambire alla Nazionale; io ho il mio carattere, e mi ha un po’ fregato. Mi ha fatto piacere che Ettore Messina in un’intervista abbia detto di avere il rimpianto di avermi lasciato a casa nel 1993.

 

Il basket italiano di oggi è parzialmemte sotto accusa: strutture obsolete o del tutto assenti, troppi atleti stranieri e Lega che fatica a rendere interessante il prodotto. Qual è il modello giusto da seguire secondo te, che hai giocato in Grecia e negli USA?

Sono il vice presidente della GIBA, ci occupiamo di situazioni contrattualistiche. Una volta c’erano meno stranieri, ma il livello medio era più alto, ora ci sono molti più stranieri, ma non è aumentata la qualità, anzi…Non c’è voglia, manca la pazienza, guardiamo ad esempio quello che sta facendo Pascolo in Eurolega, o ad esempio Iannuzzi a Capo d’Orlando, che giocava in leghe inferiori fino a pochi mesi fa…                                                                                           

Bisogna avere coraggio, dare tempo ai giovani e farli giocare, perchè con gli italiani si crea più attaccamento e voi a Reggio ne sapete qualcosa, mi pare; lo stesso Polonara, ad esempio, a Teramo ha iniziato a giocare perchè si infortunò uno straniero, e fu bravo Capobianco a lanciarlo e a dargli minuti.

 

Questa chiacchierata è iniziata dalla tua passione per il calcio, hai confessato che il tuo primo amore è stato il pallone e so che, come il sottoscritto, sei interista…

Il cuore nerazzurro è una fede. Mourinho per tutti noi tifosissimi è stato fantastico e a lui sono legati ricordi bellissimi, ma un giorno che voglio ricordare è quello del 6 giugno 2015, La giornata della fratellanza, ovvero di tutti i NON Juventini. (Juve -Barcellona 1 – 3, Finale di Champions League, ndr).