Siamo fatti così

Viaggiando alla scoperta della struttura del nostro DNA, ma anche dei muscoli che muovono il nostro corpo, dello scheletro che lo sostiene e degli organi che lo alimentano e comandano, possiamo scoprire quanto sia complessa la macchina che ogni giorno guidiamo, e quanto importanti siano i compiti che ogni componente svolge, dai più piccoli ai più grandi.

Appena qualcuno smette di svolgere il proprio compito, si impigrisce o lo fa in maniera superficiale, si scatena il finimondo: batteri e virus fendono le nostre difese come burro, e dopo è tutta una furiosa rincorsa al batterio cattivo, al costo di febbri da cavallo o grandi dolori di stomaco.

Il corpo della Pallacanestro Reggiana guidato dal maestro Buscaglia ha, sin qui, funzionato a singhiozzo, dimostrando in particolare di avere scarsa capacità di reazione agli eventi avversi, come fosse un fisico cagionevole che ai primi freddi autunnali comincia a soffrire di raffreddore e male alle ossa. Come il mio, ad esempio. Vediamo dunque di capire cosa può esserci alla base di questa debolezza cronica.

Le difese immunitarie. I nostri linfociti sono tra i più pigri di tutta la Serie A. Per la precisione, solo il fanalino di coda Pesaro (1456 punti subiti e zero vittorie) ha dei linfociti più sonnecchianti dei nostri (1341). Siamo, infatti, la seconda peggior difesa del campionato. I guai iniziano in prima linea: nessuno dei nostri esterni, fatta eccezione forse per il solo Candi, ha dimostrato di essere un baluardo difensivo eccezionale. Anzi. Mekel e Poeta non fanno un buon lavoro di disturbo sul portatore avversario ma peggio ancora quasi mai riescono a tenere il primo passo o a fare un buon lavoro sui blocchi. Si innesca così una serie di rotazioni e adattamenti difensivi in virtù dei quali è tutto un fiorire di missmatch, rincorse alla palla e situazioni di aiuto spesso mal risolte (il primo esempio che mi viene in mente è il piazzato di Ed Daniel domenica scorsa a Bologna, con Pardon che non sa se rimanere in aiuto a difesa del canestro o se uscire sullo scarico). Qualche colpo viene parato dai lunghi, soprattutto a inizio partita quando il livello di energia è ancora alto ma, mano a mano che i minuti avanzano e gli attacchi fiaccano le gambe dei nostri linfociti, ecco che le ferite si aprono e iniziamo lentamente e inesorabilmente a sanguinare.

Il sistema nervoso. Coordinare le varie parti del corpo e reagire agli stimoli esterni è fondamentale per il corretto funzionamento della macchina/squadra. Dalla cabina di comando agisce il coach, che affida in particolare al suo playmaker il compito di tradurre in azioni concrete i suoi comandi. In ciò che si è visto sin qui, finché la situazione è tranquilla o relativamente tranquilla, come a inizio partita o contro avversarie di caratura inferiore, le cose sembrano girare a dovere. Ma ai primi segnali di difficoltà, si verifica il corto circuito. Solo in una occasione, ovvero nella partita interna con Trieste, abbiamo reagito di fronte a una situazione di difficoltà. In tutti gli altri casi, è arrivata la sconfitta: la più clamorosa, e dolorosa, quella patita a Treviso in cui abbiamo dilapidato un larghissimo vantaggio. Segnali allarmanti arrivano dalle uscite dai timeout, quando il corpo ha la possibilità di ricevere un input chiaro e preciso da eseguire immediatamente. Gli esiti, sovente disastrosi, pongono un quesito: siamo incapaci di trasmettere o di ricevere ed eseguire? La risposta non la conosco, ma è di certo compito del cervello risolvere questi problemi.

I muscoli e le ossa. Non basta, però, il cervello. Un corpo perfetto, almeno per lo scopo della competizione sportiva, deve avere spina dorsale e muscoli forti, elastici ed esplosivi. E devono essere presenti entrambe le cose, tassativamente. La nostra squadra non è messa male dal punto di vista dei muscoli, anche se li distribuisce in maniera piuttosto atipica: Mekel, Candi e in particolare Johnson-Odom sono “grossi” per il ruolo che rivestono, e anche le nostre ali avrebbero chili e centimetri da sfruttare sia in attacco che in difesa; Pardon e in particolare Owens, invece, sono giocatori “verticali” e piuttosto mingherlini, tant’è che abbiamo patito molto i centri di stazza che abbiamo incontrato lungo il percorso: in ultimo il fortitudino Sims, ma il dato riportato nella casella che segue è inequivocabile.

giocatore vs Reggio media delta + %
Cain 15 9,8 34,7
Knox 16 9,4 41,3
Hayes 16 9,2 42,5
Hunter 16 12,6 21,3
Bilan 17 13,8 18,8
Fotu 17 13,1 22,9
Watt 21 14,1 32,9
Sims 23 15,9 30,9

Ma è la spina dorsale, per come viene metaforicamente intesa, ad aver ricevuto le maggiori critiche. Quello che questa squadra non ha saputo dimostrare di avere in questo girone di andata è il nerbo, il mordente giusto. Quella carica capace di trascinare il pubblico anche quando i canestri, o peggio i risultati, non arrivano. In questo, le delusioni più lampanti sono arrivate da giocatori molto attesi come Mekel, Fontecchio e Vojvoda, che palesano troppo spesso un atteggiamento passivo e rinunciatario. Al Bigi ci vogliono urla, falli e ginocchia sbucciate, perché spesso i principini dotati di talento ma di scarsa verve agonistica non vengono apprezzati.

Cuore e polmoni. Siamo arrivati così all’ultimo punto di questo bignami di anatomia umana applicata al basket. Cuore e polmoni. Voglia. Grinta. Coraggio. Rabbia. Vogliamo vedere voglia, grinta, coraggio e rabbia. Una rabbia così cieca che a fine partita non saremo nemmeno in grado di leggere il punteggio finale. Ma non ci interesserà. Perché avremo già visto tutto quello che volevamo vedere.

Questa macchina, con questo corpo, testa e colonna vertebrale ci ha portato in dote 14 punti. Per contro, la classifica di un intero girone non mente. Ne traggo due conclusioni finali.

La prima è che probabilmente non basterà un ricostituente, o una dose massiccia di vitamine: dato che nel tempo non abbiamo apprezzato la ricerca di soluzioni tattiche alternative, sono sicuro che lo sforzo di Buscaglia in questi primi mesi è andato nella ricerca di stimoli e motivazioni a fare più del compitino. La sensazione dopo l’ultima sconfitta però, purtroppo, è che ci sia un po’ di rassegnazione in questo senso. La seconda è che basterebbe poco: un innesto e la sostituzione di un arto, se fatti all’insegna di portare leadership e sostanza in dosi massicce, non solo curerebbero il malato, ma ci consegnerebbero un atleta davvero in grado di giocarsela con quasi tutte le altre.

Ovviamente sono solo supposizioni perché, salvo che io mi sia distratto, dalla dirigenza nessuno sembra tenerci troppo a spiegarci cosa non sta girando per il meglio. Ma questa, è un’altra storia…