Teste quadre in paradiso

 

 

“We’re going inside of ‘em, we’re going outside of ‘em, inside of ‘em! outside of ‘em! — and when we get them on the run once, we’re going to keep ‘em on the run. And we’re not going to pass unless their secondary comes up too close. But don’t forget, men — we’re gonna get ‘em on the run, we’re gonna go, go, go, go! and we aren’t going to stop until we go over that goal line! And don’t forget, men…today is the day we’re gonna win. They can’t lick us, and that’s how it goes… The first platoon men  go in there and fight, fight, fight, fight, fight! What do you say, men!” 

“Attaccheremo gli avversari, li terremo lontani. Oggi è il giorno in cui vinceremo! Non possono distruggerci, è così che funziona. Combattete, combattete, combattete.” Uno dei migliori discorsi motivazionali della storia quello di Knute Rockne, coach della squadra di football dell’University of Notre Dame dal 1918 al 1930, entrato nella storia con Al Pacino in “Any Given Sunday”.

Quella Trenkwalder non doveva nemmeno esserci quell’anno, a guardare tutte le altre dal Parnaso del primo posto in classifica, Legadue 2011-12… Dicevano che sarebbe salita Barcellona con Mike Green, che Donell Taylor era troppo altalenante, che Filloy era sul viale del tramonto, e poi, parliamoci chiaro, chi avrebbe scommesso su una squadra che si era salvata all’ultima giornata la stagione precedente? Voleva addirittura ripescarci in A per una serie di criteri…ma chi? Noi?

La Trenkwalder quell’anno le avversarie le attaccò a viso aperto, con la fame di chi vuole riscattarsi, e quando fu in cima, in fuga, le tenne a distanza. Dopo anni di delusioni e beffe che la Legadue ci aveva ben fatto conoscere, avevamo assaporato la libertà e non volevamo liberarcene. We’re gonna keep ‘em on the run!

Quella truppa, quel “platoon”, era più di una squadra se ripensiamo a quei giorni spensierati. Era una famiglia. C’erano papà Chiacig, pronto a darti una lezione se non facevi il bravo, e zio Donatas, quello che in casa ha fatto carriera all’estero, il parente d’America Démian, Donell, quello che non vuole mai ascoltare, e il diligente Dawan. Il figliol prodigo Riky e il profeta in patria Fabio, Michele e Rudy, quelli della famiglia con gusti strani, e il gruppo di amici del figlio perennemente a casa vostra. Giovanni, Enrico, Matteo, Kenneth e Francesco.

Quando nello sport si riesce ad andare oltre il concetto di squadra, si centra la vittoria più grande.

La forza di quella squadra era la capacità di giocare insieme, dodici giocatori che sul parquet apparivano come un tutt’uno. Un meccanismo perfetto, un orologio svizzero, mix di esperienza, gioventù e reggianità.

Vinciamo su campi difficili come Piacenza, Bologna e Brescia, in casa non facciamo passare nessuno. Questo è il PalaBigi, la Bombonera, il catino, il fortino. Il “Not in my House” di moda lo scorso anno nasce in quei giorni, spontaneamente, naturalemente. La squadra si diverte, coinvolge tutti, riporta la gente al palazzo e la fa rinnamorare di quei colori con le giocate di Slanina e Robinson, le triple di Taylor, l’energia di Antonutti, le stoppate di Cervi e il piede perno di Chiacig.

+45 su Pistoia nel big match, in mille al PalaDozza, lo staff alla ricerca del gatto portarfortuna Mimmo nei campi, Ruini che calcia la palla in tribuna, il parquet invaso da appassionati di ogni età…

Una squadra reggiana, in tutto e per tutto, umile, fatta di veri professionisti.

Era tutto diverso, allora.

I social non avevano il peso che hanno oggi, così come gli sponsor. Il basket era della gente e l’atmosfera nei palazzetti era decisamente più infuocata. Un gruppo di giocatori così, non certo il più forte sulla carta, ma capace di andare oltre i propri limiti evidenti per i colori biancorossi, non lo vedremo per lungo tempo.

I due americani sono puro genio e sregolatezza. Dawan Robinson e Donell Taylor. Presi fuori dal contesto cestistico non hanno nulla in comune, anzi, sono agli antipodi.

Dawan è di Philadelphia, Donell dell’Alabama, Dawan ama il gioco ragionato, Donell le giocate fuori ritmo per stupire il pubblico, eppure sul parquet si intendono alla perfezione. Robinson è il leader emotivo del gruppo, che ama spendersi in difesa, arrivare al ferro e costruire situazioni per i compagni; Taylor quello offensivo, il giocatore con la licenza di osare grazie al proprio talento, che mette a disposizione della squadra.

Donell diverrà il faro della Trenkwalder neopromossa, Dawan non tornerà più al PalaBigi da avversario per una meritata standing ovation, ma l’immagine che vede i due americani festeggiare in mezzo ai tifosi festanti racchiude una larga fetta del ritorno al grande ballo.

Esperienza, dicevamo. Esperienza è sinonimo di Roberto Chiacig, “Ghiaccione”, che in via Guasco aveva già giocato sette gare nel lontano 1999. All’epoca aveva 25 anni, oggi ne ha 37, ma la classe è rimasta intatta, cristallina, perché del resto senza quella non puoi non vincere un oro europeo e un argento olimpico ad Atene.

Chiacig è il Lavrinovič reggiano prima di Lavrinovič: blocchi, tiri dalla media, finte, magistrale uso del piede perno. Nonostante le gambe schriocchilino e l’esplosione di Cervi, Ghiaccio gioca un ruolo fondamentale nello spogliatoio biancorosso.

Nella semifinale di Atene in cui Chiacig segnò 4 punti e Basile subissò di triple la Lituania, nella panchina dei baltici c’era Donatas Slanina. Era arrivato a Reggio nel 2009, ma una serie di infortuni aveva fatto che la stagione 2011-12 fosse la sua prima in completa salute. Il lituano è un killer silenzioso che parla poco, ma capace di segnare sempre quando conta: Taylor stoppa, Ruini passa a tutto campo per Slanina in transizione, piedi per terra, rilascio esemplare, canestro… mille reggiani in delirio.

Il capitano del gruppo è Rudy Valenti, Brunner prima di Brunner. Rudy è un giocatore particolare, che non risalta agli occhi degli appassionati del “bel gioco”, ma è ruvido, si butta sui palloni vaganti e fa a sportellate con giocatori ben più grossi di lui. La sua stagione termina il 17 dicembre nelle sue Marche, a Jesi, in uno dei pochi ko stagionali, dove si rompe il tendine d’Achille.

Al suo posto arriva un giocatore che in tutto e per tutto ricalca l’anti-eroe dei poemi omerici. L’esperienza biancorossa di Michele Antonutti nelle idee della Sutor Montegranaro dovrebbe durare fino a fine stagione, per poi cercare una sistemazione al friulano, ma la storia racconterà ben altro… Antonutti, fisicamente e tecnicamente, pare non essere portato al basket, ma esalta il pubblico per la sua capacità di andare oltre i propri limiti.

Mortifero dall’arco e grintoso in area, Miki ci fa capire che la Serie A è cosa fatta con una straordinaria schiacciata con fallo nella gara contro Imola. Resterà a Reggio decisamente più del previsto, e alzerà ben altri trofei.

A Reggio, invece, Fabio Ruini ci è nato, guardando le Cantine Riunite, la Sidis, la CFM, ma senza mai vestire quei colori biancorossi da lui tanto amati. Di lui si accorge la Virtus Bologna che lo fa diventare giocatore e debuttare in Serie A, ma da lì è un girovagare lontano dalla propria Itaca. Treviglio, Ferrara, Fabriano, Roseto, Scafati e Latina, finché il suo sogno di vestire la maglia biancorossa si realizza nel novembre 2011, col compito di far rifiatare Dawan Robinson.

Fabio potrebbe essere tranquillamente in curva col Collettivo Biancorosso o in gradinata, ma è in campo, portavoce di una passione reggiana che scorre nelle vene e nelle strade di una città intera. In difesa è un leone, in attacco ci sono 3.500 persone a spingere la mano di uno di loro che “c’è l’ha fatta”. Arsan fra gli Arsan. E’ lui a trascinarci alla vittoria contro Jesi nello scontro diretto, lui ad ispirare la vittoria di Bologna, lui a rubare la palla, subire fallo e trasformare i liberi che valgono la Serie A.

Siamo sicuri che Fabio quei momenti se li sogni ancora di notte, e non importa che non sia rimasto per affrontare la Serie A, perché il suo nome e la sua grinta sono scolpite nella storia biancorossa.

Matteo Frassineti è stata una, se non l’unica, intuizione del GM Pierfrancesco Betti. E’ un giocatore atipico, monodinamico, ma in campo dà tutto e corre ininterrottamente a pressare gli avversari. Contro Veroli, in un sabato sera in cui si gioca anche Juve-Inter, Teo segna 4 triple consecutive, allontanando gli avversari. Dall’infortunio di Rudy, gli sforzi del forlivese vengono premiati con i gradi di capitano, e ad alzare il trofeo della Legadue è proprio lui.

Reggiano è anche Riccardo Cervi, il giovane del gruppo, cresciuto osservando con una palla da basket in mano il papà Giovanni e il cugino Simone, stella di Cavriago che rifiutò la Bipop Carire di Frates per continuare a fare ciò che amava. Caro Simone, era scritto che un Cervi quella canotta la vestisse… Riky prende consapevolezza dei propri mezzi partita dopo partita, arrivando a conquistarsi il posto in quintetto ai danni di un certo Chiacig, ma è in difesa che dà il meglio di sé, stoppando tutto ciò che gli capita a tiro (in una gara addirittura 7).

Quasi inspiegabilmente la “Testa Quadra” e la “Garra argentina”, così simili e così diverse, hanno sempre legato poco. C’è stata Maria Pia Romanò, moglie di Max, nella Ceramica Magica e nella Grissin Bon, quella del volley, e poi ci sono state le comparsate di Franco Migliori e Marcelo Nicola, che dopo una gara abbandonò in polemica con il pubblico.

Ad inizio stagione, il neo DS Alessandro Frosini, che ha appeso le scarpette al chiodo poche settimane prima, ha la geniale intuizione di riportare all’ombra della Ghiara Démian Filloy. Come Cervi, anche “El Gaucho”, soprannome che qui affibbiamo a tutti gli argentini ma che loro detestano perché richiamo ai mandriani delle Pampas, anche Filloy viene da una famiglia di cestisti: il padre, Gérman, ha giocato nella Seleccion albiceleste, i fratelli minori Ariel, Pablo e Juan sono cresciuti insieme a lui a Porto Torres.

L’ala sudamericana è il tipico lungo argentino, fatto di fisicità e tecnica, capace di tirare dall’arco e crearsi un vantaggio col gioco spalle a canestro. Punto, rimbalzi, tagli, dinamismo sono il pane quotidiano di un giocatore che si spende sempre al massimo ogni giorno, anche nei momenti per lui più difficili, come la tragica scomparsa del figlio Filippo Gregorio due giorni dopo la sua nascita, mentre il papà era a Frosinone con la squadra. Quella sera Démian tornerà a Reggio, al suo posto scenderà in campo un giovane lettone delle giovanili, tale Ojars Silins.

Se quella passerà alla storia come la squadra di “Che bel momento è?” questo si deve anche ai giovani Kenneth Viglianisi, Enrico Germani, Francesco Veccia e Giovanni Pini.

Il primo, grande studente dello Spallanzani, ebbe qualche minuto ma faticò; oggi gioca, ed egregiamente, a Trapani, dopo aver ottenuto la promozione in A con Torino. Germani, compagno di “malefatte” di Cervi, è tornato nel reggiano, a Scandiano, dove sta contribuendo alla salvezza della BMR in Serie B, insieme all’altro ex biancorosso Pugi e a Veccia, il tamburino sardo. Pini, fondamentale  nella salvezza, giocherà anche una Finale Scudetto, prima di scendere in A2 con Verona.

La Grissin Bon oggi scende in campo per risultati ben più prestigiosi, ma non Reggio Emilia non si deve dimenticare mai di quel gruppo che, seppur non fosse il favorito, grazie al duro lavoro e all’unità di squadra, riuscì a raggiungere anche le vette più insormontabili.

“Serie…” urla Pierpaolo Zucchetti nel microfono.

A!” risponde il Bigi.

Serie…A. Serie…A. Serie…A!!!“.

Le bandiere sventolano in Circonvallazione, i clacson suonano all’impazzata.

L’inferno è finito, si sta per aprire l’Eldorado della Serie A. E oggi come allora Reggio vuole vivere i propri sogni.