That’s what I was talking about!

Garra. Determinazione. Cattiveria agonistica. Se qualcuno si sta ancora chiedendo che cosa volevo dire nel mio precedente articolo (per chi non l’avesse letto può recuperare, non mi offendo…), ecco, intendevo proprio questo.

Voglio fare una premessa: uscito dal Pala avrei scritto le stesse cose anche se, per qualche motivo, le cose fossero finite diversamente. Sì perché prima ancora che una bella vittoria, nel matinée per nulla sonnecchiante del Bigi, si è rivista una serie di cose di cui ci stavamo quasi rassegnando a rinunciare. Le facce giuste, ad esempio. La concentrazione che ti porta a giocare 15′ di difesa asfissiante. Le botte, date e prese, e il capitano a muso duro con la riccioluta testa calda Washington.

E qui, permettetemi un inciso. Deron, ci sono 3.500 arsan che stanno con quello col 13… Non è una buona idea. Qualche tuo collega ci aveva già provato (foresteria Aquila Trento citofonare 23) e, proprio come è successo a te, la sua partita è finita in quel preciso istante.

Preparatevi a passare un mezzogiorno rovente se siete in compagnia di questo giovane lituano...
Preparatevi a passare un mezzogiorno rovente se siete in compagnia di questo giovane lituano…

Ma torniamo a noi. Stavamo parlando di difesa. In un momento in cui si tira in ballo Steph Curry anche quando si parla di come ci si allaccia la cavigliera prima della partita, voglio farlo anch’io. E’ polemica di questi giorni la dichiarazione di una leggenda come Oscar Robertson secondo cui gli allenatori di basket di oggi capiscono talmente poco di difesa da non sapere come si difende su un tiratore (riferendosi in particolare, appunto, a Curry). E proprio mentre tutti pendevano dalle sue labbra in attesa della grande rivelazione… Bé, niente, l’hall of fame ha semplicemente detto che bisogna difendere forte. Grazie, “Big-O”…

 

Oscar Robertson, stagione 1961-62, ha chiuso la stagione in tripla doppia di media. Forse anche allora gli allenatori non ne capivano abbastanza di difesa.
Oscar Robertson nel 61-62 ha chiuso la stagione in tripla doppia di media. Forse anche allora gli allenatori non ne capivano abbastanza di difesa.

La morale di questa storia è che non c’è sempre una ricetta. Ma, dall’altra parte, c’è una cosa sempre vera: non è importante tanto cosa si fa, quanto come lo si fa. La Grissin domenica finalmente ha difeso forte, per quasi quindici minuti, ha avuto un momento in cui si è concessa di rifiatare (e questo ha portato nervosismo e ha permesso a Cremona di rimettersi in partita) per poi però ripendere da dove aveva lasciato e rimanere cattiva e concentrata fino alla fine.

 

Che Cremona avrebbe venduto cara la pelle, lo sapevamo.  E’ una squadra che non molla mai, molto consapevole sia delle proprie qualità che dei propri limiti, e per questo si trova lassù in cima. Ma di fronte a una Reggiana che ha continuato a fare le proprie cose su entrambi i lati del campo, non ha potuto far altro che abdicare, a mio avviso ancor più dominata di quanto non dica il -9 finale. Il nervosismo finale di Cusin ma soprattutto di Luca Vitali, a cui gli arbitri hanno colpevolmente lasciato passare sbracciate e sgambetti, lo dimostra.

Non tutto ha brillato, intendiamoci. Qualche viso pallido ha dimostrato di non aver ancora completamente interiorizzato questo mantra, e senza voler fare né nomi né cognomi basterebbe installare un applausometro al Bigi per dare ai giocatori un’indicazione abbastanza precisa. La difesa sugli angoli continua ad essere un problema, e le avversarie che incontreremo e che sapranno essere brave ad allargare il campo e ribaltare velocemente il lato alla palla ci faranno vedere i sorci verdi, se non troveremo un correttivo. Ma poco importa.

Quello che importa è che sia tornato colui che mostra la via (e qui faccio nome, cognome e pure provenienza: Rimantas Kaukenas da Vilnius); che quell’altro biondo con due cifre sulla maglia stia abbastanza bene da far rimbalzare gli avversari e sradicare loro i palloni dalle mani. Ma, soprattutto, che sia chiaro che tutto passa da lì: in un torneo come questo, molto livellato, dove i protagonisti si avvicendano partita dopo partita, difficilmente l’equazione più talento uguale più vittorie risulterà esatta.

Ci vogliono energia, attibuti e faccia cattiva… non solo sulle magliette di AdV, ma sui volti dei giocatori. Se siete convinti che questa squadra saprà averne la dose giusta, astenetevi dal prenotare le ferie in bassa stagione, perché ci saranno tante altre occasioni per urlare al Vasìntone di turno (e qui ringrazio il mio amico Mauri per l’aneddoto): “Ball don’t lie!”.