Tutti giù per terra

Ecco che, alla fine, la corda si è spezzata. Quella lunga corda tesa su cui hanno camminato per tutta la stagione 15 giocatori, staff e un’intera comunità di tifosi, fissata agli estremi di Caserta e Cremona, non ha retto all’ennesima zampata del lupo avellinese. Facendoci cadere, definitivamente, tutti quanti a terra.

Da tempo ormai l’equilibrio della truppa, rotto più volte nel corso di questa sfortunata stagione, non poteva nemmeno più dirsi “precario”. Era più vicino, per così dire, a uno squilibrio organizzato, ben visibile sia dentro che fuori dal campo: tra tonfi inattesi e illusori filotti, debacles clamorose e mini-ritiri, i presupposti per un finale di stagione a tinte fosche c’erano tutti. E, purtroppo per noi, questa volta nessuna sorpresa ha trasformato il dramma in commedia.

E’ Marco Giuri a bagnare il nostro inizio di stagione col tiro che a pochi secondi dal termine ci annichilisce all’esordio in Campionato a Caserta.

Da Caserta, a Cremona. Andata e ritorno. Due gironi iniziati male, e finiti peggio. Quello di andata, in quel periodo post festivo in cui eravamo tutti più impegnati a promettere (vanamente) diete bruciagrassi e fioretti detox che a guardare una squadra ridotta ai minimi termini uscire sconfitta per due volte consecutive dall’ormai ex fortino casalingo; quello di ritorno, esattamente quattro mesi più avanti, terminato con l’infausto bis della gara di andata contro la già retrocessa Cremona, che ci ha messi tutti sul treno destinazione Avellino.

E siamo ai giorni nostri. Siamo a gara1, non giocata. Siamo a gara2, gettata alle ortiche al termine di un altro remake di un film purtroppo già visto quest’anno, in quel di Rimini in semifinale di Coppa Italia. Siamo a gara3, la prima nel “nuovo” Pala Bigi, debutto sfortunato. Siamo a Julian Wright, che a tratti ha illuminato, ma non abbastanza da farci uscire sani e salvi da una nebbia troppo fitta.

Pino Sacripanti, che dopo un anno di ammirevole tutoraggio (ben assistito, c’è da dire, da tre giocatori dal playmaking e dal Q.I. cestistico pazzeschi come Green, Ragland e Leunen) ci aveva restituito il Riccardo Cervi 2.0, ha avuto vita sin troppo facile. Anche quando la sfortuna sembrava volerci mettere lo zampino, con la tragedia che ha colpito Joe Ragland alla vigilia della serie. Anche quando gara 2 sembrava aver preso una brutta piega, sotto nel punteggio a 5′ dal termine con Leunen estromesso da una doppia decisione arbitrale piuttosto naif.

Nemmeno 10 giorni prima, un buzzer del “solito” Joe Ragland ci negava la possibilità di difendere la Supercoppa vinta nel 2016.

La verità è che l’avversario, questa volta, era ben poca cosa.

Facile disinnescare un giocatore che hai creato tu, che conosci come le tue tasche, soprattutto nei punti deboli: Riccardo Cervi non doveva essere di questa serie, se non per cercare di sfruttarne i centimetri nei momenti in cui Zerini era costretto a dare fiato a Fesenko e Cusin come 5.

Facile negarci le conclusioni dall’arco, vista la nostra incapacità di andare a concludere vicino a canestro sia coi piccoli che coi lunghi. Facile difendere contro una squadra priva di soluzioni offensive e facile attaccare la quarta peggior difesa del campionato per punti subiti.

Facile avere la meglio contro una squadra che in otto mesi è riuscita a dimostrare soltanto di non essere una squadra.

Siamo caduti per terra. E’ dura e fa male. Ma adesso bisogna rialzarsi e ricominciare a tessere quel filo che dovrà tenerci uniti la prossima stagione, sperando che sia più lungo, più flessibile e più resistente di quello che ci ha legati quest’anno.

In principio fu Giuri… Ma è dai polpastrelli di Marty Leunen che esce il tiro che chiude la stagione della Grissin Bon e, forse, un’epoca. Sapremo rialzarci?

Qualcuno partirà, qualcun arriverà, qualcun altro semplicemente resterà, in cerca di rivincita.

Imparando qualcosa, si spera, dagli errori di questa stagione. Tutti -giocatori, dirigenti, cronisti e tifosi- ne abbiamo commessi. Nessuno escluso. Il tempo ci dirà se ne avremo fatto tesoro… E chissà che questa non si riveli essere addirittura una di quelle batoste che ci ha fatto bene.

Perché come ci ha insegnato il grande Muhammad Ali non c’è niente di male a cadere, è sbagliato rimanere a terra.