UN CENTRO PER AMICO… O FORSE NO?

A  CURA DI ALESSANDRO MORANI

Difendere il basket tradizionale, quello dove basta guardare neanche troppo attentamente per capire chi è il pivot e chi invece è il playmaker, tanto per intenderci, risulta al giorno d’oggi quantomeno inusuale.

Il mondo va infatti esattamente dalla parte opposta: i “veri centri” sono considerati alla stregua del panda, in via d’estinzione.

Assistiamo ad un processo di omogeneizzazione dei ruoli, dove tutti sanno fare tutto o quasi; dove il playmaker è in realtà spesso una guardia (in principio era Basile…) e il pivot è a tutti gli effetti un quattro, capace di riempire le corsie in contropiede e dove tutti sono devoti alla linea dei tre punti.

Il perché di questa evoluzione è da ricercarsi in diverse motivazioni.

Innanzitutto, almeno in Italia, c’è un’oggettiva carenza di centimetri che porta spesso le nostre nazionali ad essere tra le più basse nelle varie competizioni internazionali, con la necessità quindi di opporre altre armi che siano funzionali all’ottenimento di un buon risultato.

Corsa, aggressività e pericolosità perimetrale non sono quindi sempre una scelta, ma l’unica strada da percorrere.

Più spesso però si sceglie lo small ball perché il talento è più facilmente rintracciabile tra gli esterni.

A poco serve un centro senza movimenti spalle a canestro, poco pericoloso e che al più possa prendere solo qualche rimbalzo in attacco. Tanto vale allora allargare il campo per lasciare spazio all’estro nell’uno contro uno di qualche esterno, con gli altri giocatori sull’arco pronti a punire sugli scarichi e che in difesa possano cambiare su tutti i blocchi e tenere alta la pressione.

La diretta conseguenza di questa tendenza è l’affidarsi in maniera sempre più estrema alle conclusioni dalla lunga distanza, con tutto ciò che ne consegue: break e contro break all’interno della stessa partita, prestazioni memorabili, seguite da altre nelle quali non si segna “nemmeno in una vasca da bagno”.

A nostro modo di vedere questa pallacanestro, oltre che banalizzare lo spettacolo, non sempre è produttiva. Specialmente in post season, quando le dinamiche dei contatti aumentano di pari passo con l’intensità e le percentuali inevitabilmente calano, avere un buon gioco interno diventa fondamentale per togliere pressione agli esterni ed evitare di giocare a venti metri dal canestro.

A Reggio da questo punto di vista siamo molto fortunati. Vedere il gioco in post basso di Darjus Lavrinovic è qualcosa di emozionante. La sua capacità di attaccare il canestro, piuttosto che servire il compagno che taglia o essere il perno per un ribaltamento di lato, dovrebbe essere mostrata a tutti gli aspiranti pivot.

Certo, con esempi del genere è più facile difendere questa modalità di gioco ma, a prescindere dagli interpreti, il basket vecchio stampo è innegabilmente più completo.

Guarda caso la squadra del momento, Avellino, gioca con il centro più puro di tutto il campionato, tale Riccardo Cervi che qualche cosa ci ricorda…

A CURA DI FRANCESCO VACONDIO

Se volessimo definire la parola “MODA” potremmo utilizzare la seguente frase : “Il termine moda indica un’idea, che dal singolo si diffonde alla collettività, modificandone i comportamenti”.

Questo concetto é chiaramente estendibile anche al basket, e un esempio molto chiaro può essere il caso dello “Small Ball”. Per anni si é sempre pensato al ruolo dell’ ala forte, o numero quattro, come un giocatore interno che aiutasse il centro in difesa e che in attacco  giocasse in post basso o segnasse tiri piazzati dalla media distanza. Con il passare del tempo, e con gli indubbi miglioramenti fisici degli atleti rispetto anche solo ai giocatori di inizio millennio, é nato un nuovo modo di intendere il numero quattro, che ben si sposa sia alla pallacanestro NBA sia alla pallacanestro europea.

L’ala forte moderna é fisicamente un ibrido tra un’ala piccola e un “lungo”, ma é in grado di racchiudere dentro di sé tutti i ruoli: deve saper tirare da tre punti come una guardia, leggere il gioco come un playmaker, andare a rimbalzo come un centro e avere anche la fisicità e la mobilità di un’ala.

Questo modo di giocare porta indubbi vantaggi dal punto di vista della fluidità del gioco in attacco, ma anche in difesa: basta pensare alla situazione di pick and roll , che diventa estremamente  più complicata per l’attacco a causa della rapidità di piedi del nostro numero quattro, che é in grado di uscire aggressivo sul palleggiatore, ma anche di tornare rapidamente sul suo uomo, garantendo un notevole vantaggio alla difesa in termini di spazio coperto in breve tempo.

Altri vantaggi si incontrano quando si affrontano le squadre che giocano come  Reggio,  ovvero con il doppio centro (Lavrinovič insieme a Veremeenko o Golubović), e che difendono a zona , in particolare a zona 3-2 .

Grazie al fatto di essere un ibrido e di essere pericoloso da tre punti, il nostro numero quattro concentrerà le attenzioni di uno dei due centri avversari su di lui, portandolo fuori dall’area e liberando quindi spazio per le penetrazioni e gli uno contro uno degli altri esterni -se gioca contro la difesa a uomo- mentre contro la zona sarà in grado di battere i recuperi dei due lunghi negli angoli con grande facilità, e riaprire per i tiratori sul perimetro.

Non meno importante é il fatto che questa filosofia sia vincente nel basket moderno, e ci sono vari esempi che lo confermano: i Golden State Warriors hanno vinto il titolo l’anno scorso estremizzando il concetto di “Small Ball”, giocando addirittura con Draymond Green ( 203 cm per essere generosi ) da numero cinque, e la scelta ha pagato dividendi eccellenti; oppure il Real Madrid, che ha usato Andrés  Nocioni come numero quattro, ha vinto l’Eurolega. L’esempio più recente é l’Olimpia Milano, che alle Final Eight ha usato un quintetto con un playmaker che conosciamo bene, ovvero Andrea Cinciarini, tre tiratori (Jenkins, Lafayette e Simon), Rakim Sanders da numero quattro  e Jamel McLean come unico lungo.