Un mezzo sorriso per il futuro

(A cura di Luca Sanibondi)

Con un mezzo sorriso la Grissin Bon ha chiuso il suo “annus horribilis”, il peggiore del suo recente passato e forse non solo, piazzando proprio nel finale le zampate decisive che le hanno consentito quanto meno di condurre in porto una dignitosa salvezza conquistata sul campo. Dopo i fasti delle finali scudetto, i trofei alzati al cielo ed i riflettori accesi sulla storica cavalcata in Eurocup è arrivata l’annata in cui si è sbagliato praticamente tutte le scelte e le scommesse fatte.

L’eredità lasciata dal triumvirato degli anni d’oro (Dalla Salda – Menetti – Frosini) era un fardello pesante da prendere in mano. Ma la scorsa estate, quando Landi affidò il timone dirigenziale al neo DG Barozzi (con la spalla di Frosini) e quello tecnico al debuttante Cagnardi, non pensava si potesse arrivare a scherzare così tanto col fuoco e a rischiare fino all’ultimo addirittura la retrocessione. La mancanza al comando di esperienza e di una visione strategico-progettuale è stato il peccato originale che ha dato il la alla stagione.

 

Si è poi scommesso e portato avanti oltre modo la scelta forzata del format del 5+5, che presuppone però un’ossatura di italiani di spessore. Purtroppo il nuovo ciclo tricolore si è dimostrato ben presto di stoffa diversa rispetto a quella di predecessori quali Cinciarini, Polonara, Aradori e Della Valle. Il nucleo azzurro attuale si è rivelato fragile e meno talentuoso, obbligando la società a ritornare sui suoi passi proprio quando il premio italiani era oramai in cassaforte, nel tentativo di salvare la pelle dando una spina dorsale ad una compagine oramai alla deriva.

Neanche il capitolo stranieri ha riservato scelte azzeccate. Alle prime difficoltà si è deciso di sacrificare il capocannoniere del torneo Ledo, cavallo pazzo ma con un talento cristallino che sgorgava dai polpastrelli, perché ritenuto troppo accentratore. Scelta rinnegata poi più avanti con l’acquisto di un suo clone quale Johnson-Odom. Si è scommesso sul contratto a gettone concesso alla stella KC Rivers, che però ha fatto ben presto le valigie non appena recuperato lo smalto agonistico dei tempi migliori. Sotto le plance si è puntato su pivot che per via degli infortuni il parquet lo hanno visto poco (Elonu) o addirittura solo da bordo campo (Poirier). Si è titubato a oltranza per colmare il buco in regia con un play di impatto, arrivato poi con Dixon solo verso carnevale. Il vero crocevia della stagione è stata tuttavia la transazione contrattuale col cecchino Butterfield, l’unico acquisto veramente centrato dell’anno che ha lasciato un vuoto incolmabile nell’architettura del roster.

Ne è uscita un’annata senza né capo nè coda, in cui sono stati esauriti tutti i tesseramenti disponibili nell’imbastire ben quattro squadre, e vissuta di rincorsa alla ricerca di un’identità tecnica ed una chimica di squadra mai in realtà trovata. Si è rispolverato un coach navigato come Pillastrini, chiamato ad una missione complicata anche se nei fatti poi agevolata dal ruolino di marcia estremamente negativo dei contender, che ha tuttavia avuto il merito di piazzare due blitz dal peso specifico assoluto sui campi di Pistoia e Pesaro legittimando così la salvezza.

Ora si chiude un capitolo e se ne apre un altro con prospettive speriamo più rosee, anche se il futuro è tutto da decifrare e soprattutto da programmare. Si riparte dunque da un mezzo sorriso ma è necessario fare tesoro degli errori commessi e riprogettare un domani che abbia una precisa impronta tecnica e dirigenziale. Già da lunedì, nella conferenza convocata dal patron, si inizierà comunque a delineare meglio l’orizzonte biancorosso.