Va’ dove ti porta il cuoio

Sono passati ormai due decenni dal giorno in cui Gianluca Basile, all’epoca astro nascente della pallacanestro italiana, al termine di alcune settimane di trattative serrate, lasciava la Pallacanestro Reggiana targata Zucchetti del compianto Chiarino Cimurri per approdare alla Teamsystem Bologna del ricco patron Giorgio Seragnoli. Erano, quelli, gli anni d’oro di “Basket City” e di tutto il movimento cestistico italiano: negli anni di permanenza a Bologna (1999-2005) il Baso vincerà due campionati italiani, un titolo di mvp e conseguirà tutti i risultati più prestigiosi del nuovo millenio della nostra Nazionale.

1,5 milardi di lire, più Andrew Betts e un ulteriore giocatore per la stagione successiva, scrissero i giornali. Cifre da capogiro, testimoni dell’epoca di grande ricchezza che viveva in quegli anni il proprio culmine.

Oggi quel patrimonio è stato quasi interamente dilapidato, abbiamo gli stessi impianti di allora, solo vent’anni più vecchi, i diritti televisivi più in saldo dei divani, vivai alla fame e una base impoverita da anni di crisi economica che hanno fatto sparire -o quasi- centinaia di piccole realtà locali che oggi sopravvivono con poco più che una squadra di Promozione o di Serie D, con rispetto parlando. Per non parlare della Nazionale che, sognando la rinascita, cade, partite dopo partita, un pochettino più in basso.

Il nostro basket riflette, in poche parole, la realtà della stragrande maggioranza dei giovani d’oggi: è povero e senza prospettive.

Una cosa però, allora come oggi, non è cambiata: nella ricchezza e nella povertà, nella salute e nella malattia, i giocatori sognano di far parte delle squadre più blasonate e rincorrono gli ingaggi più alti. Come si può biasimarli? Se nel 1999 l’”Emiro” bolognese non aveva problemi a scucire un miliardo e mezzo e adesso in tutto il Vecchio Continente non si trova una squadra disposta a pagare un buyout di “appena” 250mila euro, semmai, questo è il problema che affligge tutti quanti.

Resta a questo punto da decidere da che parte stare. Da quella del sentimentalismo di Susanna Tamaro (che col suo “Va’ dove ti porta il cuore”, alla faccia del romanzetto famigliare, finì per vendere più copie de “Il vecchio e il mare” di Hemingway) o del cinismo di un Amedeo Della Valle che da tempo non fa più mistero di volersi accasare altrove.

E’ vero, che non c’è riconoscenza. La carriera cestistica di Amedeo Della Valle fino ad oggi coincide esclusivamente col suo approdo a Reggio Emilia e con quanto fatto a Reggio Emilia, o quasi. E’ altrettanto vero che fino ad oggi non c’è stata la fila alla porta di Via Martiri della Bettola.

In questo momento qualche voce lo accosta a Venezia, che sembra in procinto di separarsi da Stone. Vedremo, la verità è che quei soldi Amedeo li vale tutti, fino all’ultimo centesimo, e se dovesse restare lo dimostrerà sul campo anche se per lui restare significherà rimandare qualche progetto.

Perché in fondo, riposto il cuoio del portafogli, tra le mani di un giocatore resta quello più importante, quello della palla a spicchi. Ed è con quello e solo con quello, a tutte le latitudini, che si può diventare grandi.